Archive for July, 2007

Preferenze ManufattiAudiovisivi

Il progetto “Abitazioni” mi ha entusiasmato perché offre due opportunità legate tra loro:
1) far “abitare” il progetto alle persone interessate, cioè favorire la partecipazione e la socializzazione.
2) “concretizzare” il progetto in un prodotto tangibile, il dvd, che, se funziona, può essere il primo di una serie.
Se manca una delle due anche l’altra, a mio parere, si svuota di senso.
Necessariamente si passerà attraverso varie fasi.
Secondo me nella stesura della sceneggiatura e durante le riprese è bene che prevalga la partecipazione, anche a distanza; nella scelta dei soggetti e alla fine è meglio che prevalga il risultato.
Nell’individuare un soggetto per un corto a zero budget bisogna essere spietati, perché un’idea che funziona è circa il 90% del risultato finale.
Fare un corto “guardabile” a volte è divertente, ma è pur sempre un lavoro, anche molto faticoso.
Tutta la premessa per motivare il fatto che includerò anche i soggetti che ho proposto tra le mie preferenze perché li riesco a visualizzare e mi sento di coinvolgere altre persone e il loro lavoro con la garanzia di un risultato.

Preferenze:
1 - “Bimbo Discount”
2 - “Fontebranda Science Fiction” - episodio “Cupola”, con piccole modifiche
3 - “Scontro di civiltà per un ascensore”, solo la cornice (che poi è un classico giallo che ruota attorno ad un omicidio), contenitore di microstorie e galleria di personaggi da trovare insieme.
4 - “Il ritorno della creatura” - è un simpatico gioco con il cinema di genere, potrebbe costituire lo spunto iniziale per una pubblicità-progresso divertente.

Per quanto riguarda i restanti soggetti, ho provato a sintetizzarli in max due righe ciascuno per vedere se funzionavano: alcuni sono difficili da visualizzare, altri non presentano, a mio parere, un conflitto interessante da mettere in scena, altri sono troppo difficili da realizzare senza spendere qualche migliaio di euro.

PreferenZOP

Mi immetto in ritardo nella “corsia preferenziale” e provo a buttare giù qualche idea a poche ore dalla seconda riunione. Riguardo alla scelta dei soggetti attraverso auto o etero preferenze..devo ammettere che mi aspettavo una lotta molto più cruenta tra partiti alleati, fiancheggiatori, osteggiatori e via dicendo..invece mi pare che, al di là delle divergenze dell’ultimo minuto tra pippigreco e milasi, la cosa si sia svolta abbastanza pacificamente. Certo, francamente mi sembra inevitabile che chi si conosce si voti a vicenda, o quasi; è il sistema stesso a favorire certi meccanismi. Non condivido l’invito a creare delle classifiche con primi,secondi,terzi, quarti, podio e medagliere; mi sa troppo di “nomination”, in stile grande fratello, per intenderci (con sommo dolore). Nutro alcuni dubbi soprattutto sul fatto che quanti abbiano presentato i soggetti siano poi anche quelli che se li votano. Vedrei meglio una giuria imparziale, composta da non autori, da semplici commentatori (barbara, disegnik, etc); vedrei ancora meglio una cernita affidata ai futuri registi, perché alla fin fine saranno loro a dover tradurre in immagini e fotogrammi tutto quanto, anche se con la collaborazione attiva e fattiva degli autori, questo è chiaro.
Considerando che i registi verranno tutti da fuori (così credo), sarebbe stato utile far partire il confronto tra le varie parti da subito, così da creare contatti e scambi d’idee incrociati, anziché un prodotto già confezionato da presentare alla fine del processo creativo. La metafora del tajin marocchino (o maghrebino) letta or ora mi pare appropriata; ognuno mette dentro ingredienti e cibi insoliti, poi tutti mangiano a quattro palmenti. Aggiungo che, conclusa la seconda fase di scrittura creativa o di cucina collettiva (alla quale mi candido, impegni di lavoro permettendo), sarei felice se soggetti e sceneggiature non fossero blindati, ma anzi restassero quanto più aperti possibile a sconvolgimenti e mutazioni, anche in zona Cesarini.

Qualche riga a questo punto la spendo sui soggetti che mi sono piaciuti di più, ed è un giudizio non da addetto ai lavori, ma da semplice lettore/curioso. Non mi baserò sulle possibilità realizzative, né sulla fattibilità tecnica di questo o quel soggetto, anche se le mie idee ce l’ho e abbastanza chiare; a questo penseremo in seguito. Nè tantomeno intendo basarmi sulla costanza dei presenti al forum: detto brutalmente, me pare na strunzata.
Da appassionato di riciclaggio -spesso sporco- di filmati provenienti da ogni dove, plaudo all’idea di andrea campus; sarebbe bello realizzare un corto nel quale si incontrino sequenze eterogenee, girato e filmati d’epoca, spezzoni di frasi catturati in presa diretta e registrazioni già esistenti. Un lavoro di montaggio/smontaggio ardito e stimolante! L’unico suggerimento che mi sento di dare è quello di creare all’interno di “my atomic country” un sistema di detonazioni più stettamente denotate e connotate alla realtà nucleare senese. In questo senso tutto è ancora da fare e la ricerca si presenta lunga ed affascinante. Stesso discorso lo faccio per il soggettone di pippigreco; il fatto che sia pieno zeppo di indicazioni e metta tanta carne al fuoco, mi sembra un bel vantaggio: avremo una base sufficientemente ampia su cui lavorare, insomma. L’importante è che non si cristallizzi nè strutturalizzi eccessivamente.
Non amo molto il genere pulp, o perlomeno sono stufo di morti ammazzati e squartati. Ah, vorrei precisare che il mio “Ad occhi alieni” non è affatto pulp! Detto ciò, mi piacerebbe confrontarmi direttamente con i pulpfictionisti e sapere come si immaginano certe scene davvero, al di là di quello che è stato scritto e detto sui forum.

Le altre storie che mi sono piaciute (e se le lascio in fondo non è per volontà di classifica) sono: “Ci p-rovinano!” (anch’io vorrei urlare a squarciagola, insieme ad altri 30-40 esagitati, “uffatruffauffatruffatruffauffauffa”), perché mi sembra si prenda precisamente e intelligentemente gioco di tutto quel mondo odioso di “sarannofamosi - lafattoria - ilcaseificio - l’isoladeiformosi - l’ospiziodeivecchiancoraingamba” etc.; “Dream-time stories” mi pare interressante, solo ho qualche dubbio sul tempo a disposizione per un’impresa del genere (consultiamo disegnik?); l’idea dell’ascensore-punto di ritrovo (o di qualsiasi altro luogo da decidere) è buona come contenitore di altre storie, anche se scarterei la proposta di far ruotare tutto intorno ad un delitto: mi interessano di più i veri pettegolezzi da ascensore, dove magari il più grave dei delitti è non aver pulito le scale, ospitare donne di dubbia provenienza o ricevere pacchi misteriosi.
Infine Miki. Mi piacerebbe molto sviluppare/scrivere questa storia in maniera collettiva; gli spunti iniziali delineano un’idea forte -forse la più forte e definita?- attorno alla quale far nascere un corto che parli felicemente, con pesante e pensante leggerezza, a tutti coloro che gli occhi ce l’hanno ma non li usano.

Questo è tutto! A domani dunque
LorenZOP

Preferenze

I soggetti proposti sono tutti a modo loro molto interessanti, alcuni risolvendosi in storie grottesche o semplici gag, altri sicuramente più complessi nella realizzazione ma forse per questo più stimolanti. Personalmente devo ancora metabolizzare un paio di cose tra le ultime scritte, e mi riservo un paio di giorni per rileggere tutto con attenzione e commentare dove ancora non l’ho fatto. Ma se qualcuno avesse già le idee chiare, si accomodi, iniziamo a scremare.

Solo per completezza, e per cominciare a scoprire le carte, indico i due soggetti che mi paiono davvero irrinunciabili, che sono (vi aspettavate altro?) Miki e Scontro di Civiltà.

Miki permette di esplorare con tatto e delicatezza un mondo che potrebbe essere divertente e impegnativo da costruire in tutte le sue sfumature non visive, e trasformarle in sensazioni e sentimenti interessanti da raccontare.

Scontro di civiltà, invece, permetterebbe di dar voce a delle concrete realtà sociali filtrate dalla lente deformante della fiction, rivelando proprio quelle piccole enclavi chiuse e ben nascoste che compongono Siena che si sta cercando di far collaborare. Insomma, per come la vedo io è uno dei progetti meglio tagliati su quello che avrebbe voluto essere abitazioni.

Tra gli altri papabili, ma ancora senza motivazioni adeguate nè riflessioni, in ordine sparso  metto: DreamTime Stories, L’Ottava Lezione, il primo episodio di Fontebranda Science Fiction, Cineresa e Acqua Color Sangue. Ma come dicevo, un piao di giorni in più per riflettere mi serivranno sicuramente.

Che aggiungere? Ci vediamo mercoledì…

Fontebranda Science Fiction

Ciao a tutti: scusate per il ritardassimo. Come avevo detto all’incontro fisico che abbiamo tenuto alla Mediateca, mi sarebbe piaciuto concentrarmi su un’area specifica di Siena: la zona di Fontebranda. A mio avviso è un luogo pieno di fascino, in diversi sensi un luogo di transizione, di passaggio, a metà fra alto e basso, passato e futuro, tempo mitico e tempo della quotidianità, spazio pubblico e spazio privato: si sviluppa su tre livelli posizionati ad altezze diverse; è una delle principali vie d’accesso alla città (la maggior parte del flusso turistico su gomma transita per la porta di Fontebranda, è facilmente accessibile dall’esterno e in linea d’area molto prossimo a piazza del Campo), ma allo stesso tempo è misconosciuto e poco o per nulla frequentato. Vorrei proporre una piccola serie di spunti classificabili in senso ampio nella categoria di genere “fantascienza”. Concentrarsi su un luogo come Fontebranda, con le sue peculiarità, i piani sfalsati, l’architettura medievale, i suoi misteri, sul tempo Fontebranda, col suo portato storico e le sue possibili ramificazioni future, e su Fontebranda come cosa viva, spugna assorbente e specchio deformante delle epoche e delle personalità che l’hanno attraversata, ovvero ascoltare un luogo, far riecheggiare quello che c’è già ma in modi e forme nuovi mi sembra che risponda allo spirito del progetto “Abitazioni” così come l’ho recepito dalle parole di Barbara. I soggetti che vi propongo sono cinque: “Il passaggio” “La cupola” “La piazza” “L’abbadìa” “La sirena”. Alcuni sono abbastanza strutturati e abbondantemente sviluppati, altri sono solo degli abbozzi. Spesso ho inserito descrizioni che hanno il solo scopo di evocare alcune sensazioni che desideravo trasmettere. Qua e là ho inserito commenti e indicazioni.

“Il passaggio”

[Ambientazione/scenografia. Per “il mondo al di qua”: i nuovi appartamenti di fronte alle scale mobili a Fontebranda oppure gli appartamenti immediatamente fuori dalla porta di Fontebranda; esterno scale mobili; scale mobili. Per “il mondo al di là”: zona fra il Santa Maria della Scala e Fontebranda o da individuare.]

[Incipit.] Tutti i giorni, da anni, un uomo beve il suo caffè, prepara la sua valigetta, saluta con un bacio sulla fronte la moglie ancora a letto [la donna “notturna”, di cui non si vede mai il volto ma solo i capelli scompigliati, le spalle, le gambe o le braccia] ed esce dal suo appartamento. Tutto farebbe pensare che si stia recando al lavoro, in ufficio. Raggiunge le scale mobili.

[L’ingresso.] Ghiaia, piccole pietre, grigie, uniformemente distribuite tranne che per un piccolo sentiero dove sono più rade e lasciano intravedere la terra battuta, il coperchio in ferro a chiusura e protezione della canaletta per il deflusso dell’acqua piovana, ha dodici piccoli fori, rettangolari, con i lati corti arrotondati, tutti completamente otturati dalla ghiaia. Lavori in corso: impalcature con camminamenti in lega metallica, un’ampia rete, fitta, che li avvolge, il bozzolo ipertrofico di un insetto gigante. L’ingresso è seminascosto, l’arco è tranciato di netto da una passerella, come una cornice, uno schermo o una maschera che mal gli si adatta; nel momento in cui lo si attraversa, finalmente è possibile valutarne appieno le dimensioni, la larghezza, di circa tre passi e l’altezza, di circa 4 metri, un grosso, mastodontico buco, come una ferita inferta dall’uomo alla collina; o anche l’ingresso di una caverna, gigantesca, lì da sempre, profonda, buia, labirintica, ramificata, che attraversa l’intera città: il limite da non attraversare, la porta d’ingresso per la città sotterranea.Subito all’interno, di fronte, parte della parete è priva dell’intonaco e mostra, in bella evidenza, osceno, il tufo compatto e spugnoso, apparentemente fragile di cui è fatta l’intera collina. Immediatamente sulla sinistra una lunga rampa di scale in marmo opaco costeggia la parete…

[Breve descrizione oggettivo-paranoica, contributo alla costruzione di un’atmosfera.]

[Il varco.] Tutte le mattine, a quell’ora precisa aspetta quel preciso gradino dell’ultima rampa delle scale mobili, quello con la macchia, piccolissima, a forma di otto. Percorre la prima, la seconda, la terza, la quarta rampa, finché non raggiunge l’ultima, scarta leggermente a destra e si ferma vicino all’ingresso. Apparentemente senza alcuna ragione, rimane lì, immobile, come in attesa di un segnale, tutto proteso verso le scale che osserva con attenzione. Finalmente sembra aver trovato quel che cercava: una piccolissima macchia scura, all’altezza del decimo gradino, a forma di otto rovesciato. Si posiziona all’ingresso della rampa e fa scattare le scale che cominciano a scorrere, ma lui ancora non si muove, segue con lo sguardo la piccola macchia che si allontana sempre di più e aspetta fino a che non sparisce alla sommità. Controlla l’orologio, sembra sapere con esattezza quanto tempo quel preciso gradino con la piccola macchia impiegherà prima di sbucare nuovamente all’inizio della rampa. 40, 41, 42 secondi… si volta verso le scale che scorrono, esattamente nel momento in cui sbuca nuovamente il gradino e la piccola macchia. Il volto gli si illumina, monta sul gradino e procede verso la luce dell’uscita.

[Scena principale prolungata, atmosfera e costruzione del personaggio.]

[Le scale sono un passaggio temporale, un varco non meglio definito che proiettano l’uomo presumibilmente nel passato o comunque in un altro, sia spaziale che temporale: all’uscita si trova in una città del passato. Non si sa come abbia scoperto il varco, probabilmente per caso, forse è solo una sua proiezione, un suo desiderio, una sua esigenza di evasione verso un mondo più semplice, dove i desideri, le aspettative, i ruoli sono più umani…]

[Dall’altra parte.] Una volta dall’altra parte nasconde la valigetta, la cravatta, gli occhiali, gli abiti e le scarpe che lo identificano come appartenente al nostro mondo, inquadrato nel nostro ordine e indossa abiti adeguati al mondo in cui si trova e alla sua nuova condizione; oppure no: potrebbe continuare a tenere i suoi [il che lo contrapporrebbe a tutti gli altri che però non ci fanno assolutamente caso, con un possibile effetto straniante e surreale]. Dopodiché si reca in una abitazione dove un’altra donna, bellissima lo attende affaccendata in mansioni tradizionali [la donna “diurna”, il suo volto è radioso e sorridente, rassicurante, materno e seducente allo stesso tempo]. Vivono insieme, sembra felicemente, lui bada all’orto o svolge compiti comunque manuali/artigianali.

[Ritorno indietro.] Verso sera saluta la donna, recupera i suoi abiti e riscende attraverso le scale mobili nel mondo a cui siamo abituati. E’ stanco, scarta involucri di cellofan presumibilmente lasciati lì da sua moglie, scalda della verdura surgelata, cena velocemente in cucina sotto una luce al neon, guarda distrattamente la TV, raggiunge in camera da letto la moglie che già dorme, si spoglia in silenzio, al buio e si infila sotto le coperte.

[Questo stato di cose dovrebbe risultare abitudinario, ripetitivo: è così che lui vive.]

[Imprevisto.] L’elemento di rottura potrebbe consistere nell’introduzione in uno dei due mondi (o entrambi) di un elemento estraneo: ad esempio occhiali, cravatta nel mondo medievale oppure un utensile di qualche tipo nel modo moderno, oppure qualche segnale che possa mettere in allarme una delle due donne e, conseguentemente, in pericolo questo stato di cose [possibilità fino ad allora mai contemplata dall’uomo in quanto la riteneva semplicemente impossibile, fuori dal normale ordine delle cose, ma adesso possibilità concreta e tremenda]. Alternativamente o contemporaneamente si potrebbe verificare che una mattina egli sia impossibilitato a effettuare il salto: ad esempio il custode sta pulendo le scale, oppure l’ultima rampa è bloccata perché in riparazione, oppure c’è troppa gente e non riesce a cogliere il tempo esatto per il passaggio…[La rottura dell’ordine che porta al cambiamento.]

[Sviluppi possibili. ] Magari il giorno successivo ci riprova e nel mondo al di là trova una situazione simile ma con piccole, sottili varianti che lo insospettiscono, comincia a dubitare della donna diurna, l’idillio comincia a incrinarsi… Oppure fa per tornare indietro e si accorge che un uomo con vestiti di foggia alquanto strana è appena spuntato dalle scale mobili, si libera di una sorta di calzamaglia e indossa un paio di comuni pantaloni, si allontana furtivo, ma trepidante. Decide di seguirlo. All’inizio crede sia una coincidenza, poi si convince che si sta dirigendo verso casa sua e continua a seguirlo in un crescendo di tensione emotiva (lo perde per un istante, suda, teme di essere stato scoperto…). Alla fine l’uomo raggiunge casa sua e bussa alla sua porta. Lui è impietrito e sbircia seminascosto. Anche qui ci possono essere vari sviluppi possibili: ad aprire la porta è effettivamente sua moglie, non sembra affatto sorpresa, come se quella visita fosse qualcosa di abituale, poi fa qualcosa che lo getta nella completa disperazione: accoglie l’uomo sulla porta con un gesto a lui familiare che denota intimità e che da tempo lei non gli rivolgeva più (ad esempio gli accarezza il collo o il lobo… o sorride in modo allusivo… è possibile anche un breve flash-back); oppure è un’altra donna ad aprire; oppure alla fine, sul pianerottolo, l’uomo bussa alla porta accanto…

[Si può scegliere uno solo dei possibili rami indicati e pensare eventualmente a un finale ulteriore (o considerare uno degli esiti già previsti come un finale), oppure si può decidere di percorrere più strade alternative in un unico cortometraggio.]

“La piazza”

[Ambientazione/scenografia. La nuova piazzetta di Fontebranda: in alcune ore sembra un luogo finto, di un’altra dimensione, in maniera un po’ paradossale la paragonerei all’EUR.]

[Entrata.] Quante volte aveva attraversato quella piazza negli ultimi tre anni? oltre un migliaio? eppure la ricordava sempre uguale, a qualsiasi ora, in qualsiasi stagione; a guardia dell’ingresso, a sinistra e a destra, due pali in materiale metallico, forse una lega, colore grigio-neutro-non-riflettente, altezza non superiore ai quaranta centimetri, base circolare, di diametro intorno ai quindici: il rapporto conferisce alle due sentinelle un aspetto tozzo e caricaturale; in mezzo: una teoria di pali in acciaio, l’uniformità della vernice nera interrotta da una serie di tre bande gialle poste a distanza regolare, altezza leggermente inferiore, comunque intorno ai quaranta centimetri, base circolare, di diametro senz’altro inferiore ai dieci: il rapporto conferisce ai singoli elementi un aspetto esile e temporaneo, l’allineamento è incerto, approssimativo, questuanti alla ricerca di risposte a domande mai poste; al confronto, i pali grigio-neutro-non-riflettente sono bastioni, ieratici e inamovibili, ciascuno dei due è provvisto di un occhiello, mentre gli altri pali sono tenuti assieme in una fila incerta da una catena vistosamente sproporzionata, deportati da nessun luogo…

[La piazzetta è deserta. Uno/a ci entra dall’ingresso sopra descritto, l’attraversa e esce da un altro accesso. Immediatamente compare ad un altro ingresso. Compie un altro percorso e fuoriesce da un altro ingresso. Immediatamente compare ad un altro ingresso… e così via fino a esaurire la combinatoria di coppie ingresso/uscita (o quantomeno darne un’idea), poi si ricomincia. E’ una specie di labirinto, gli accessi si corrispondono secondo una strana geometria, solo apparentemente euclidea, non c’è uscita, né tempo. Sarebbe interessante sfruttare parecchio la soggettiva e riprese dall’alto. Chi attraversa la piazzetta potrebbe prendere progressivamente coscienza di trovarsi in un loop, di non avere altri ricordi fuorché quelli legati all’attraversamento della piazzetta… (dialogo interiore, primissimi piani…)]

“La cupola”

[Ambientazione/scenografia. Tutta l’area di Fontebranda.]

[Risveglio.] Ma che ore sono? Devo aver dormito troppo: accidenti le dieci! d’accordo, la mattinata non è del tutto persa, vediamo se riesco a riattivarmi a breve con un caffè e una pasta qui al bar. Il cielo è un po’ cupo, ma non sembra che piova, o sì? Sì sembra che piova, ma la strada è asciutta e sul viso non sento nemmeno una goccia. Sarò ancora mezz’addormentato, ma no: c’è una specie di barriera trasparente, del vetro forse, sì le gocce scorrono a circa quindici metri, come se ci fosse una cupola, una semi-sfera trasparente, un enorme, grosso coperchio di vetro o qualcosa del genere che tappa tutta Fontebranda. E’ forse uno strano effetto atmosferico? la pioggia che si ferma a mezz’aria: cose da pazzi! no, no: è una barriera fisica, di un qualche materiale assolutamente trasparente; se fosse di vetro si vedrebbe un riverbero, qualcosa, le tracce lasciate dalle gocce di pioggia; è qualcosa di più etereo rispetto al vetro o al plexigas, una barriera elettrica, ecco! o qualcosa del genere. Ma quant’è estesa e chi ce l’ha messa? e quando? stanotte, mentre dormivo. E come avrebbero fatto? sembra così imponente, senza fine, oppure no: è qui che finisce, in prossimità del telepass; qui l’acqua scorre perpendicolare, come su una finestra.

[Deportazione.] Non si vede granché aldilà, dov’è il bar? troppa nebbia forse, o sarà quest’affare che si mangia tutta la luce? E’ morbida, flessibile, fa una certa resistenza, si piega, si stira, si modella addosso, ma non riesco ad attraversarla, è un tutt’uno, non si lacera, si estende solo fino a un certo punto, mi obbliga a tornare indietro: un grosso involucro di gelatina o di caucciù trasparente.Aspetta un attimo: qualcuno sta entrando, a piedi, il telepass suona comunque. Ma com’è vestito? con la calzamaglia! eccone un altro, sono pure armati di lancia, ma guarda tu! ehi, ce l’hanno con me, vengono verso di me, che vogliono, che avrò fatto? Sarà una nuova trovata della Contrada, eppure non siamo in periodo Palio: vabbuò chiudere via Santa Caterina al passaggio indiscriminato, ma tutta Fontebranda!— Quali abiti indossate? non è regolamentare, vieni con noi!— Con voi? stavo andando al bar, ho bisogno di fare colazione e questa roba appiccicosa, ma che cos’è?— Alle comparse non è concesso di uscire— Lascia perdere, ho capito: è un altro che è uscito fuori di testa. Su dagli una scossa che lo portiamo al Centro di Rieducazione Storica.[Il centro.] Che mal di testa. Che, dove sono? sembra la Sartoria Storica, ma come ci sono finito? sono svenuto, sono stati quei due a portarmi qui?— Signora?! mi scusi, come mai mi trovo qui? e perché non riesco ad alzarmi? lei è una dipendente, dov’è la proprietaria della Sartoria?— Sono io la proprietaria. A te non mi pare d’averti già visto. Ma è inutile, sai, che fai la parte, che fingi di avere una crisi temporale. Tu sei qui, a Fontebranda, e non puoi allontanarti, ora, nel milleecentoventitrè, ed è inutile che indossi questi abiti di una cinquantina d’anni fa direi, a giudicare dal taglio e dalla cravatta. A proposito, dove li hai trovati? Ti conviene parlare, sai!? resistere è inutile! dove li nascondevi? o te li sei confezionati da solo? e quando? nella tua ora di pausa? faresti meglio a impiegare altrimenti il tuo tempo libero.— Ma che ve ne importa di come sono vestito io? avete visto come andate in giro voialtri? vabbhè la tradizione, la città medievale e tutto quello che pare a voi, ma io qui ci vivo, ci lavoro, pago un affitto, ho diritto alla mia vita e al mio spazio e non ne voglio sapere nulla di Palio, cavalli e cappelli strani!— Silenzio. Ora ti farò una piccola iniezione ipodermica e poi ripeterai con me. Il mio nome è Duccio del Verrocchio…— Il mio nome è Duccio del Verrocchio…— …figlio di Paolo il macellaio e Monna Agnese la lavandaia— …figlio di Paolo il macellaio e Monna Agnese la lavandaia— Ho il compito di scuoiare le bestie e ripulirle dalle interiora…[La sposa.]— Vorrei due ali di pollo e delle interiora— Se mi è consentito, a cosa le servono Madonna?— Come a cosa mi servono? non è questa la bottega di Paolo?— Sì, per l’esattezza e io sono il su’ figliolo Duccio— E allora fa’ il tuo lavoro: un macellaio vende carne e i cristiani la comprano, per mangiarla, che altro, non siamo mica in Quaresima!— Certo, per mangiarla. Intendevo dire, quale pietanza intende preparare, magari potrei darle qualche consiglio su come rendere tenera financo la cresta del gallo, oppure, se non desidera proprio il pollo, le consiglierei due bistecchine di vitello: è freschissimo, l’ho ammazzato proprio stamani.— Vorrei del pollo. E’ per mio padre malato, che può bere solo del brodo caldo e di pollo. E poi il vitello non posso permettermelo, se ci tieni a saperlo!— Ah Madonna, lei mi ha frainteso: pollo o vitello per Vossignoria fa lo stesso, non un soldo accetterei dalle Vostre mani immacolate!— Ho capito: può bastare così, non desidero proprio nulla ché il mio macellaio di fiducia non siete voi né quell’esoso di Paolo— Esoso, mio padre?! ma se è l’uomo più generoso della città intera!— Esoso e anche spilorcio, il vostro nuovo padre!— Nuovo?? cosa intendete dire Madonna? vi ho forse offesa in qualche modo? e se non dovevate acquistare nulla, perché mai vi sareste recata in questa bottega?— Per vedervi, ero curiosa— Vedermi?? e perché mai?— Perché ti hanno assegnato a me. E’ il mio turno: fra un mese compirò il diciassettesimo anno d’età. Ormai sono pronta.— E’ vero, siete in età da marito. Ma che vuol dire assegnato? chi mi avrebbe assegnato a voi? mio padre non mi ha riferito nulla eppoi sappiate che io non sono proprio il tipo che si adegua senza fiatare a decisioni prese da altri, foss’anche il mio amatissimo padre verso il quale nutro profondissimo rispetto e gratitudine; soprattutto simili decisioni, poi, che riguardano me e la mia vita: la mia donna la sceglierò da me. Anche se a dire il vero, vossignoria, il vostro caso è del tutto speciale e devo confessare che vi vedrei bene al mio fianco, nonostante i vostri modi sfacciati che mal si addicono a una dama rispettabile, quale sicuramente voi siete; anzi, vi dirò di più, forse è proprio questo vostro carattere singolare e schietto che mi attrae in voi— Visto? non c’è nulla da fare: siete state assegnato a me e assegnato significa precisamente quello che significa. Non è certo tuo padre a decidere nulla, né io, né tantomeno tu. E’ il Consiglio della città a decidere e riguardo a tali questioni è la Sottocommissione alla Longevità e alla Riproduzione a stabilire gli accoppiamenti e a pianificare le date. E se volete proprio saperlo non provo nessunissima attrazione per voi, anzi vi trovo rozzo e insignificante, ma quello che va fatto va fatto: il bene della città viene prima di qualsiasi altra cosa e non ha assolutamente niente a che vedere con i desideri personali, le voglie di una nullità come voi o i capricci di una ragazzina come me!— Gran bel discorso, è forse quello che vi ha ripetuto vostra madre?— Già, proprio così. Ed è precisamente quello che ha fatto mia madre prima di me e la madre di mia madre prima di lei ed è così che ci si aspetta che io mi comporti…[Le cose stanno così: un tizio vive a Fontebranda, esce a fare colazione e si ritrova una cupola semi-invisibile sulla capoccia che sembra racchiudere l’intera area. Non la si può oltrepassare e due tizi in calzamaglia lo deportano in quella che lui ricorda essere la Sartoria Storica. Qui viene drogato e “rieducato”. Gli abitanti della bolla credono veramente di essere nel periodo di massimo splendore della città e tutto fila liscio, ciascuno al suo posto: hai una famiglia, un lavoro, ti viene assegnata una moglie di cui, come previsto, ti innamori… A poco a poco, raccogliendo piccoli indizi la ragazza potrebbe scoprire la verità, che è tutto una finta, una messinscena, un gigantesco laboratorio/prigione messo su non si sa a quale scopo… magari nutriva già qualche sospetto o l’aveva già scoperto o l’aveva sempre avuto questa sensazione, fatto sta che ne mette a parte il nuovo arrivato, il quale all’inizio non le crede, ma alla luce di contraddizioni, comportamenti dubbi, evidenze innegabili alla fine si convince e insieme alla ragazza progettano una fuga. La notte prescelta, però, lui la tradisce e la fa arrestare, decidendo consapevolmente di restare a vivere nella prigione di gomma.]

“L’abbadìa”

[Ambientazione/scenografia. Le fonti di Santa Caterina a Fontebranda: sono posizionate ai piedi della basilica di San Domenico (particolarmente incombente e minacciosa da questo punto di vista) e presentano una piccola porticina che sembra portare dritto dritto alla cripta di cui si parla in seguito.]

[L’entità.] Non sapeva com’era finito lì, non ricordava assolutamente nulla della sua vita da spora, probabilmente perché in quel primissimo stadio non si sarebbe potuto ancora parlare di una vera e propria coscienza, di un io perfettamente formato né tantomeno consapevole e probabilmente lo stesso concetto di un io, inteso come unità senziente, capace di ricordi, volizioni, desideri personali, unici, probabilmente non era del tutto applicabile alla sua specie.Aveva dei ricordi, ma di categorie diverse: alcune scene, immagini, sensazioni era assolutamente certo di averle vissute, assaporate, provate sulla sua pelle per così dire, apprese attraverso un’esperienza diretta di tipo fisico, oppure nate dal suo intimo, da una sorgente al suo interno; altri ricordi erano più vaghi, più astratti, ma paradossalmente più presenti, pressanti e venivano da lontano, da qualcosa o qualcuno o molti al di fuori di lui e condizionavano costantemente il suo pensiero, il suo flusso interiore, a volte come il sussurrio lento, continuo, costante, ininterrotto di un piccolo ruscello, altre come lo scrosciare imperioso di una cascata e lo obbligavano ad agire: riprodurti, devi riprodurti, sdoppiati, ancora e ancora, dividi e moltiplica te stesso, genera le tue spore, cresci, prospera, aumenta il tuo volume, allargati, mangia, nutriti, avidamente, espelli le spore, lasciale libere, falle viaggiare, e poi? poi uno stato di oppressione, compressione, svuotamento, svilimento, rocce, niente più linfa, secco, pietre e più nulla.

[Il ciclo di vita di un fungo o qualcosa di simile dal suo punto di vista: qui vagamente ironico per la scelta del punto di vista che lo antropomorfizza: potrebbe essere interessante una resa per immagini e suoni. In realtà sono presenti elementi inquietanti che vengono sviluppati di seguito.]

[La cripta.] L’umidità trasudava dalle pareti, la roccia viscida e porosa, il buio quasi totale, eppure era possibile avvertirne la presenza, incombente, diffusa, indistinta, l’intuizione di un movimento, come se le pareti e il soffitto si gonfiassero verso l’interno, per poi ritrarsi, fare una pausa, lunghissima, e ricominciare, in una peristalsi ansiosa, irregolare, -respiro trattenuto e battito assente-; una quantità di piccole gocce d’acqua si staccano dal soffitto, in caduta libera, per un tempo infinito, nessun atterraggio, nessun tonfo, assorbite dal pavimento, bevute -grassa lingua distesa- una due per volta, a brevissima distanza, ciascuna a intervalli regolari dalla successiva, sovrapponendosi nell’insieme, in un concerto sordo e inaudibile -preludio di follia-. Solo alle prime luci dell’alba un chiarore tenue e diffuso si insinuava nella cappella sotterranea dell’abbadìa e lo rendeva visibile: orrido, uno e molti allo stesso tempo, si era impadronito di ogni centimetro della stanza circolare, cresceva sulle pareti, spugnoso e compatto -edera e muschio- prosperava sulla volta del soffitto, appeso -colonia di pipistrelli e radici d’albero- occupava, bavoso, il pavimento sconnesso -pelo irsuto di cane e ammasso brulicante di vermi- circondava il limite del pozzo ostruendone completamente l’apertura -bubbone purulento e pancia rigonfia di zecca- raggiungeva i piedi del piccolo altare arrampicandosi fino alla sua sommità, adorante, bramoso, in attesa -nidiata famelica di pellicani dai bulbi oculari sporgenti-.

[Il vescovo.] Era tempo -l’alba quasi alle porte-. Il vescovo entrò, curvo, -sulla schiena piccoli bozzi fungosi malcelati dal pesante mantello- e depose il fagottino sulla superficie levigata di marmo bianco dell’altare, l’unico spazio che lui non aveva invaso.

[Il fagottino è un neonato da sacrificare sull’altare, il vescovo è terribile, forse è eterodiretto dalla spora che l’ha contaminato e lo sta divorando o forse le escrescenze che ha sul corpo e la sua deformità sono un segno del male di cui è imbevuto o che cerca di placare, chissà… i funghi sparsi su tutta la cappella, dal soffitto alle pareti sono qualcosa di vivo e di pulsante, in qualche modo un’unica entità, e aspettano bramosi il sangue della giovane vita. Escrescenze vegetali o i bubboni della peste? semplice vegetazione tipica di un luogo chiuso e ammuffito come una cripta o incarnazione del male? un fatto preciso del passato o adesso? In particolare mi interessava il male come necessità, come qualcosa di ottuso, che si sviluppa, si estende, cresce, si allarga, come un cancro, il contagio, la peste, una colonia di funghi putrescenti…L’incipit potrebbe essere una cosa del tipo: ci sta uno che torna a casa tutte le sere dopo il lavoro, stanco e sempre più depresso. Nebbia, strane ombre, sussurri e risa salgono le scale, il profilo di San Domenico sta per crollargli addosso, l’albero si muove, o forse no?… meglio correre via: qualcosa di terribile è avvenuto in quel luogo. Ma forse è meglio di no.Da notare che l’area di Fontebranda è una zona situata in basso, in prossimità delle mura e per molto tempo ha ospitato i macelli della città.]

“La sirena”

[Ambientazione/scenografia. Le fonti di Santa Caterina e la risalita del Costone.]

[Il canto.] Ancora quella voce, quella melodia, ma quali sono le parole? gli sembra di afferrarle mentre l’ascolta, rapito, soggiogato, con gli occhi sbarrati, il lenzuolo madido mentre trattiene il respiro a bocca aperta per non svegliare lei, ma poi svanisce e lui non le ricorda più. Non resiste, deve sapere, chi lo tormenta ormai da giorni o settimane o anni? non lo ricorda più, non dorme più, il corpo teso, la mente proiettata al momento in cui chiude gli occhi e aspetta… quella melodia, cantilenante, quella voce… è per lui che canta? chi è? è bellissima? deve vederla, deve parlarle: assolutamente, stanotte: alle fonti.

[-Pare che in Vallepiatta (di fronte a San Domenico, immediatamente sopra Fontebranda) vi fossero delle case di piacere e che il fantasma di Santa Caterina andasse a portare loro conforto passando per la risalita del Costone. Accadde che dei senesi che abitavano ai piedi di San Domenico apostrofassero Santa Caterina, avendola scambiata per una donna di facili costumi. La Santa maledisse quelle abitazioni e da allora pare che difficilmente un senese abiti a cuor leggero in quelle costruzioni.- Non so quanti rimaneggiamenti abbia avuto questo aneddoto e quanti lo conoscano, comunque mi è sembrato interessante, una buona base per una storia gotica. La descrizione sopra può essere un incipit. Da notare che le fonti venivano utilizzate per lavare i panni.]

Bimbo Discount

Genere grottesco - fantascienza

Crisi delle nascite. Coppie ossessionate dalla ricerca di un bebè si rivolgono a
centri specializzati che vendono bambini su “misura”, ceduti dai genitori originari.

Si può scegliere il modello su internet o andare a ritirarlo direttamente nelle nursery dei supermercati. Nei market di “serie A” si possono scegliere i bambini mentre giocano in aree attrezzate, negli altri i bimbi sono esposti su scaffali da supermercato rionale.

Una coppia sceglie il suo pargolo in un market di serie “C”, Bimbo Discount, e lo
porta a casa; il piccolo Alfred, in realtà, ha già 5, 6 anni e dopo pochi giorni
scappa di casa. In strada trova l’auto del market col motore acceso ad aspettarlo.

Alfred è appena tornato sul suo scaffale che già c’è una nuova coppia, pronta ad
esaminarlo e a valutarne l’acquisto.
Alfred è in una nuova casa, ma l’entusiasmo dei suoi nuovi genitori non sembra
contagiarlo… Scontenti lo riportano al market e chiedono un rimborso o un “buono-
reso”.

Una terza coppia ospita per qualche giorno Alfred, che ha così modo di scoprire nuovi
elementi di quel campionario di nevrosi che costituisce il mondo adulto.

Una mattina Alfred “evade”, ma sfugge anche la macchina dei complici del market.
Prosegue la sua fuga fuori città e giunge in un piccolo centro, entra in un piccolo
negozio a conduzione famigliare, con una sola vetrina su cui spicca l’insegna
“MammaRama” e…ordina due genitori.

IL GIUDIZIO

L’obiettivo di questo corto è quello di rappresentare, in pochi minuti, una vicenda che potrebbe essere sviluppata in un film di media durata. Il corto in questione non utilizza alcun genere di dialogo, di conseguenza, i sentimenti, i differenti stati d’animo, la tensione e il mistero che avvolge i personaggi principali, verranno rappresentati solo con l’utilizzo del suono; suoni d’ambiente, respiri, battiti cardiaci. Come nella stragrande maggioranza dei film(ma in questo caso ancor di più), la gestualità e la mimica degli attori reciteranno uno dei ruoli portanti del racconto, così da trasmettere al meglio ciò che normalmente verrebbe fatto attraverso l’uso di dialoghi. Inoltre molta attenzione verrà posta sulla visualizzazione dell’oggettistica. Essa, infatti, spiegherà, attraverso una semplice inquadratura, parte della storia, presente e passata, che in un comune soggetto necessiterebbe di alcuni minuti per essere descritta. La vicenda ha inizio all’interno di un appartamento, curato nei dettagli, ma semplice:

“Dall’alto viene inquadrata una giovane e bella donna sulla trentina sdraiata a terra sopra ad un tappeto, immersa in un lago di sangue che le inzuppa gli indumenti. La donna è morta a causa di un forte colpo al cranio, presumibilmente provocato da un grosso oggetto contundente. L’immagine è fredda, colorata da un leggero tono di azzurro tenue. Il sangue è di un rosso acceso che spicca visibilmente nella scena.

Passa del tempo, un numero limitato di anni, non facilmente identificabili. All’interno di una camera d’albergo osserviamo entrare un uomo inquadrato di spalle. Il suo volto non verrà mostrato fino alla fine. E’ un uomo adulto sulla quarantina, mal vestito con tracce di sudore sui vestiti, la sua andatura è stanca, affaticata e nervosa. D’ora in avanti, lo spettatore, potrà osservare il susseguirsi della vicenda, direttamente dagli occhi dell’uomo in prima persona”.

La vicenda narra di un uomo, malato, per certi versi schizofrenico, che colleziona foto di bambine, bionde con occhi azzurri, che ama appendere al soffitto per consentirgli di osservarle in ogni momento. Colleziona anche ritagli di giornale che descrivono fatti realmente accaduti, che trattano storie di giovani bambini rapiti o che hanno subito violenze fisiche e psicologiche. L’intera storia verrà vista dagli occhi di quest’uomo che durante il trascorrere dei giorni cercherà di avvicinarsi ad una bambina di circa 8 anni, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. In molte scene la bambina è accompagnata da una donna adulta, sulla quarantina, di modesto aspetto, che viene identificata come la madre della piccola.L’intera storia porterà il pubblico a credere che l’uomo abbia dei disturbi, seri, ma comuni nella nostra società riguardanti la pedofilia. Il pubblico proverà disgusto per questo personaggio. O almeno lo proverà fino alla rappresentazione delle ultime scene, dove, attraverso l’aiuto di flashback, verrà descritta la vera ragione per la quale l’uomo è alla continua ricerca di una bambina di 8 anni, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Si scoprirà che l’uomo è il padre della bambina e che la donna morta, vista all’inizio, è sua moglie, nonché madre della bambina, mentre l’altra donna, non è altro che la babysitter che qualche anno prima, si occupava della loro famiglia e uccise la moglie dell’uomo, quando la bimba era ancora troppo piccola per poter ricordare.La donna, invidiosa dell’amore tra madre e figlia, uccise la mamma per poter rapire la piccola, in quanto desiderava avere un figlio ma, per motivi sconosciuti, non ne ebbe mai avuto la possibilità.

Durante la scena finale ambientata in un parco all’aperto, di fronte a decine di persone, l’uomo punterà la pistola verso la fronte della donna, mentre la bambina, attraverso quel gesto estremo dell’uomo, riuscirà a ricordare qualcosa di ciò che avvenne in passato. In quel momento, fredda, disinteressata della donna, mantenendo fisso lo sguardo solo sull’uomo che ora riconosce come suo padre; mostrando, quasi, la sua approvazione nel vedere il padre puntare la pistola verso la donna, che fino a pochi istanti prima credeva fosse sua madre.

L’intera vicenda è ambientata a Siena. Molte delle scene si svilupperanno in luoghi esterni: in una famosa piazza, all’interno di un museo e lungo una via caratteristica di Siena.Siena è una città che si adatta perfettamente al protagonista, in quanto è un luogo fuori dal tempo, chiuso tra le sue mura, facendo credere di essere isolata dal resto del mondo. Una sorta di Limbo mentale, oltre che fisico. Inoltre le inquadrature effettuate dagli occhi del protagonista, aiuteranno il pubblico ad immergersi nell’ambiente, credendo di vivere di persona, quei momenti.

Con l’aiuto di questa ambientazione, si potrà mischiare egregiamente l’arte suggestiva del posto con la ferocia di un uomo che involontariamente e inaspettatamente ha subito un contraccolpo mentale che lo ha modificato nella sua interezza, portandolo a commettere azioni crudeli, che prima, mai, avrebbe pensato di commettere. Mentre l’incapacità di poter saper gestire la rabbia e la vendetta, saranno gli elementi che accompagneranno lo spettatore per tutta la durata della vicenda, mischiandoli al disgusto, almeno inizialmente, per un uomo che in realtà non fa altro che lottare, senza rassegnarsi, con l’unico scopo di riabbracciare la cosa più importante della sua vita, la propria figlia.

Giordano Nisi

due soli

Due soli

Storia strappalacrime sull’incontro e l’amicizia tra una violoncellista dell’Europa dell’est e un anziano contadino senese.

Stile visuale from Dardenne de Rosetta

Pregnanza comunicativa by Antonioni de L’eclisse,

inteso il genere?

Marga arriva a Siena per partecipare ai corsi della prestigiosa Accademia Chigiana.

Prima delusione: i pochi soldi della sua borsa di studio non le permettono di prendere casa in centro e dopo qualche tentativo al telefono pubblico (che c’e’ di piu’ triste di una donna al telefono pubblico in quest’era di telefoninomizzati??) con il suo italiano stentato riesce a trovare una sistemazione dignitosa appena fuori le mura, presso una famiglia contadina.

I pochi soldi, l’autunno violentemente bello e instabile, l’amicizia con un ragazzo che si dimostrera’ scaltro e interessato, la morte improvvisa dell’anziana zia (notizia appresa per telefono) che si era presa cura di lei dopo la tragica scomparsa dei suoi, gettano Marga in una profonda depressione che si acuisce quando, scaduto il permesso di soggiorno per motivi di studio, intraprende la dolente trafila burocratica per vivere in Italia, cosa pressoche’ impossibile se si e’ stranieri e musicisti e non stranieri e badanti.

In una giornata di pioggia, Marga con la fronte appoggiata al vetro, si accorge e segue con interesse le azioni di Ansano, patriarca della famiglia in cui vive; Ansano pero’, a causa del fango scivola e cade, Marga corre ad aiutarlo..

Un’immagine:

- Il vecchio Ansano suole, al soppraggiunger del tramonto sedersi sulla terrazza che dalla sua casa domina la valle. Marga lo raggiunge e improvvisa un concerto per violoncello con il vecchio come unico spettatore

L’autista di autobus

L’autista di autobus.

Quando si nasce con una passione così forte, realizzarla è come riprendere a respirare liberamente.

Questa è la storia di F., bambino con un’unica idea per la testa: diventare autista del pullman di linea che collega la sua sperduta frazione con il resto del mondo.

L’ambientazione può essere benissimo qualche crinale appenninico, l’ondeggiare del territorio della Val d’Orcia, qualche brughiera in Irlanda o il desolato Carso friulano.

Francesco è rimasto solo con la mamma.

Le immagini iniziali del film mostrano con una carrellata un salotto pieno di mobili e caramellosi e lustrati dal tempo soprammobili.

Tante le fotografie che mostravano una famiglia un tempo numerosa. Ora però Francesco è solo con la mamma. Un grave lutto li ha colpiti lasciandoli soli.

Francesco è un po’ strano. Sempre solo a giocare con modellini di autobus o macchine a pedali. Forse, il resto del paese lo considera un sempliciotto a dir poco. Ma la mamma lo incoraggia e lui riesce così a coronare il suo sogno e ottiene un impiego presso la linea di corriere locale.

E’ facile immaginare quanto sia orgoglioso F., preciso come una lancetta nel suo lavoro, puntiglioso fino a sfociare nella pedanteria; tiene il suo mezzo come se fosse uno specchio; inutile dire quanto sia preciso nella guida: nessuno si ricorda di averlo visto compiere la benché minima infrazione al codice stradale.

La mamma è orgogliosa non meno di lui.

F. ama averla seduta accanto a sé mentre compie il suo lavoro, ciononostante le fa sempre pagare il biglietto.

La mamma, come di costume, scende alla fermata vicino alla sua casetta e, mentre f. rientra nel garage della ditta e, dopo aver controllato minuziosamente che non ci siano stati danni al suo veicolo torna a casa,; lei, la mamma prepara la cena.

Ma, una sera, dopo che la mamma è scesa alla consueta fermata, a causa della scivolosità della strada e di una manovra avventata da parte di un veicolo che sopraggiunge dal senso opposto, f. non può evitare di investire un bambino capitato lì chissà come con la sua macchinettina a pedali.

Il bambino è il figlio della vicina al quale F. aveva donato il suo antico gioco.

E, mentre la mamma taglia la carne e adempie alle sue faccende domestiche, F. dopo aver controllato che tutto sia a posto nel suo pullman, la sua unica ragione di vita, si toglie la vita.

Noi e lo spettatore, non sapremo come questo sia avvenuto.

 

Alcune immagini:

  • Carrellata iniziale in un salotto a mostrare la quantità delle fotografie che ritraggono i membri di una famiglia un tempo numerosa. Ad un tratto queste fotografie piene di posto lasciano spazio solo ad un unico personaggio: f. con la sua passione: i pullman.

  • F. sfreccia con la sua macchinettina a pedali e un vigile con il suo grottesco elmo lo insegue a perdifiato. L’elmo gli cade ma lui continua la sua rincorsa mentre un nugolo di ragazzini cenciosi, stile de Sica si impossessa dell’elmo e uno di loro mentre gli altri ridono estasiati, fa la cacca dentro l’elmo. Ritorna il vigile che non si è accorto del gesto e si rimette l’elmo in testa..

  • Carrellata laterale. Una macchina un po’ vecchia che dondola, un dolly alza la mdp: sul tettuccio della macchina c’è Francesco che con un volante strappato a chissà quale ferrovecchio finge di guidare, la carrellata prosegue abbassandosi e mostrando all’interno della vettura il culone di un contadino che si tromba chissà chi.

  • Molte immagini, chiaramente verteranno sul lavoro fi F.. su come è orgoglioso e la mamma al suo fianco che lo osserva in silenzio.

  • Penso che debbano essere delle immagini toccanti e che loro due siano l’uno il sostegno dell’altra.

 

leggenda urbana

Leggenda Urbana

Variante senese di una leggenda urbana abbastanza conosciuta.

Protagonisti:

-Un ragazzo dai tratti duri e decisi passa le sue giornate chiuso in un garage a regolare la sua moto e le sue notti in lunghi ed estenuanti giri per le campagne senesi.

-Una ragazza in abito da sera, di un luminoso biancore (che risalta soprattutto di notte) che sembra appena uscita da una discoteca della zona, come l’Essenza o il Vanilla.

Un incontro casuale: una ragazza in una strada, un motociclista che frena all’ultimo momento, solo per spaventarla, per divertirsi.

Da quel momento il motociclista vive solo per poterla incontrare, con il sorriso enigmatico di lei pronto ad aprirsi invitante.

Esseri notturni.

Lui, di notte, con lei non si faceva mai troppe domande.

Tantomeno ne faceva a lei.

Ma la mattina, al risveglio, mentre montava e rimontava pezzi di motore sul suo banco di lavoro, sempre piu’ furiosamente, allora si che salivano i suoi dubbi, i suoi interrogativi.

E soprattutto la certezza che si stava tremendamente innamorando di lei.

Della maniera in cui si stringeva a lui, in moto; e lui a farle sempre piu’ strette, quelle curve, apposta; e sorridendo nascosto dietro al casco mentre lei si avvicinava al suo corpo.

Una notte, stavano seduti da un bel po presso una Pieve abbandonata quando lui penso’ di aver capito tutto e stava per dirglielo, per urlargli in faccia la sua verita’, o almeno quello che pensava lui ma lei lo prevenne, con uno dei suoi improvvisi sorrisi, costringendolo a stare zitto.

Andiamo chiese tendendomi la mano andiamo risposi Amare significaa non esitare mai

L’Ottava lezione

E’ la storia di un aspirante scrittore, ambientata a Siena tra il 1985 e i giorni nostri. Antioco Valli, questo il nome, è un giovane custode del Santa Maria della Scala, ad un passo dalla laurea in scienze economiche e bancarie, per volere paterno (..e chissà dove sarà mai destinato a finire?!); a questa realtà si contrappone la sua volontà di dar vita sulla carta a tutta una serie di personaggi, figure oniriche e visioni che molto spesso gli si presentano alla vista e con le quali egli convive da tempo/discute/etc. Ma i tentativi mossi in questa direzione, manco a dirlo, sono infruttuosi; ogni qual volta egli inizia a raccontare una storia, arriva ben presto ad un punto morto che lo costringe ad interrompersi, vanificando i suoi sforzi e le attese delle visioni, desiderose non di morire, ma semmai di passare “a miglior vita”. E’ qui che la vicenda si intreccia, tramite flashback e flashforward, con gli eventi legati alla morte dello scrittore Italo Calvino, avvenuta nel 1985, proprio al Santa Maria della Scala, allora non centro museale ma ospedale.

Qui, grazie al ritrovamento casuale di un diario di un’infermiera che assisteva lo scrittore sul letto di morte (è lei il secondo motore della vicenda) e del dattiloscritto originale dell’Ottava Lezione Americana, intitolata “Sul cominciare e sul finire” (dei romanzi) e rimasta incompiuta -vedi la nota in fondo-, Antioco comprende di aver scritto, fino a quel momento, nei suoi innumerevoli tentativi, proprio “l’esaurirsi di tutte le storie”, vale a dire una serie di finali, dai quali per forza di cose non riesce a procedere oltre. Comprende che le idee/visioni sopravvenutegli fin lì, in sogno o veglia, durante la lettura o la scrittura, sono in realtà già formate, valide; nella maggior parte dei casi dovrà risalire a ritroso, ricostruendo le varie vicende al contrario.

Scrive Calvino: “Forse per la prima volta al mondo c’è un autore che racconta l’esaurirsi di tutte le storie. Ma per esaurite che siano, per poco che sia rimasto da raccontare, si continua a raccontare ancora”.

Queste righe che chiudono il dattiloscritto originale interrotto, in realtà riferite a Samuel Beckett, vengono riadattate dal protagonista al proprio caso e contribuiscono allo scioglimento della vicenda.

Questo, in estrema sintesi, il soggetto. Tra le mani ho il trattamento, ben più lungo e particolareggiato, nonché documentato (al tempo in cui fu scritto condussi molte ricerche su Calvino e sulle “Lezioni Americane”, individuando una fitta serie di rimandi e coincidenze), ma per ovvie esigenze di spazio ho evitato di inserire le dieci pagine per intero. Il trattamento contiene anche alcune indicazioni di regia e le idee per un’ambientazione relistico/sognata all’interno del Santa Maria. Ad essere spudoratamente sincero, è stata proprio la possibilità di avere a disposizione questi locali, sede di Visionaria, a convincermi a rispolverare il progetto.

NOTA: l’ottava lezione fa parte del ciclo di sei interventi a cui Calvino stava lavorando prima di essere colto da un aneurisma; non poté mai leggerlo all’Università di Harvard, dove aveva inoltre intenzione di comporre la sesta. Ne progettò almeno otto, secondo la moglie, anche se di quest’ultima non restano che alcuni appunti incompleti. Da qui nasce e si snoda il seguito…

Ad occhi alieni

I titoli di testa scorrono sull’arrivo di un pullman pieno di turisti, che percorre la periferia di Siena fino a giungere in centro, alla Lizza. Il pullman si ferma e i turisti cominciano a scendere; da qui si passa in soggettiva ai piedi che discendono la scaletta e cominciano a muovere i primi passi in città. Da questo punto in poi si succederanno immagini catturate per le vie del centro, senza un ordine prestabilito, spesso a caso, così come si presenterebbero agli occhi di una persona qualsiasi che passeggia liberamente. L’importante è che siano girate da diversi punti di vista (altezza spalla, ginocchio, occhi, etc.) e che diano sempre l’idea del movimento. Queste possono essere girate molto “elasticamente”, in uno o più giorni, fino ad ottenere una casualità ed una curiosità soddisfacenti a comporre l’intera sequenza “vaga-bbondante”. Come vedremo non importa che i soggetti di volta in volta osservati/catturati guardino in macchina (come inevitabilmente faranno, sentendosi “spiati”), anzi questo apparente inconveniente potrebbe essere girato a nostro favore. L’idea è quella di documentare una giornata-tipo a Siena, colta dagli occhi alieni di un turista, in maniera quanto più possibile varia, confusa e saltellante (e va bene: Vertov! Sì, Dziga Vertov!).

Concluso il girovagare la figura del turista entra in un bagno pubblico (o qualcosa di simile..) ed è qui che per la prima volta la scopriamo, davanti ad uno specchio. Il soggetto è in realtà una donna, una “soggetta”, probabilmente soggetta a sindrome veridico-voyeuristica, che veste una tuta tutta tasche, ganci e microsostegni; fissate a varie parti del corpo, per moltiplicare i punti di vista, tante videocamere, di varie dimensioni e fogge (più le imbracature risultano evidenti, buffe ed abborracciate meglio è). La figura sta di spalle, immobile accanto allo specchio, mentre la figura riflessa al suo posto si spoglia di tutto l’armamentario, a passo eventualmente accelerato (l’effetto è facilmente ricreabile, una volta stabilito un punto macchina adeguato e scelto uno specchio/schermo quanto più regolare e bordato possibile: un po’ tipo monologo de “La 25esima ora” per rendere l’idea).

Una volta terminata la svestizione, la figura riflessa sullo specchio si blocca in fermo immagine, e la figura reale si rianima e ripone in fretta tutta l’attrezzatura in una borsa, quindi esce. Rapidamente la vediamo ripercorrere (stavolta in oggettiva, è lei la spiata) le vie del centro a ritroso e risalire sul pullman.

Stacco temporale/spaziale.

La ragazza è ora tornata a casa e sta seduta davanti ad un computer (dallo schermo si capisce che sta girando un programma di video editing); la cogliamo proprio mentre sistema l’ultima sequenza catturata in timeline e fa partire il filmato completo sulla preview (i tempi di rendering verranno barbaramente tagliati per ovvie necessità!). I titoli di coda scorrono sulle prime immagini catturate in città, quelle viste all’inizio del film, in soggettiva.

E così il cerchio si chiude.

Breve nota sugli sguardi in macchina, cui ho accennato prima: è altamente plausibile che gli “spiati” per le strade guardino una donna, tanto più se la “soggetta” in questione esibisce una bizzarra armatura tutta occhi di telecamere, stile robot nipponico componibile, o alieno occhiuto che dir si voglia. Resta il fatto che la troupe dovrà essere ridotta all’osso onde evitarne l’estrema visibilità e riconoscibilità, pena l’inevitabile fuga o blocco dei soggetti catturati di volta in volta.

Titolo alternativo: La donna con le macchine da presa

Facce/Facciate

Siena. Panoramiche ravvicinate sulle facciate delle case del centro cittadino. Non si vede mai una fetta di cielo, nè di strada, solo una lunga, mobile, zigzagante carrellata di muri, finestre, cornicioni, davanzali; i volti delle case si confondono gli uni con gli altri, le facciate sono intercambiabili, interconnesse senza soluzioni di continuità, complici i movimenti di macchina spesso falsi, incoerenti, interrotti, ripresi, ripetuti.
In sottofondo brandelli di conversazioni cominciano a sovrapporsi confusamente, pettegolezzi si rincorrono, gemiti e parole, bestemmie e giuramenti, urla e sussurri, pianti e risa: la vita all’interno delle case si palesa come attraverso uno spioncino visivo/uditivo. L’occhio/telecamera si sposta sempre più rapidamente, salvo soffermarsi di tanto in tanto, improvvisamente, su alcune finestre, o meglio su una coppia di esse: si scoprono di colpo le persone che stanno dietro agli occhi delle persiane. Lo sguardo della telecamera, partendo dal raccordo occhi/finestre, esamina i tratti dei volti, isolando una storia, un racconto, un litigio o un semplice soliloquio. Il viso non si vede mai per intero, l’occhio della camera in primissimo piano ravvicinato esamina tratti e movimenti, senza rivelare i contorni. Gli scambi facciate/facce si ripetono più volte, secondo un ritmo sempre più rapido ed incalzante, quasi frenetico.
Stacco brusco.
Visione d’insieme del centro cittadino, fissa, da una postazione sopraelevata (terrazza di una casa del centro -già trovata!-); il brusio/vocio è ormai parossistico, assommando tutte le voci incontrate lungo il percorso, quasi queste ultime salissero al cielo (ora visibile), a creare una grossa nuvola esalata dalla terra.
Secondo stacco.
Ribaltamento del punto di vista, da soggettiva a oggettiva: si svela la figura di un uomo alla finestra. Muove la bocca, parla di qualcosa che tuttavia non si riesce ancora ad intendere, un suono incomprensibile perso tra le decine di voci accavallate. Mentre la telecamera procede in un lento zoom kubrickiano in avanti, a restringere il campo, una ad una si “spengono” le voci di sottofondo. Piano medio > Figura intera > piano americano > mezzo busto > primo piano viso > dettaglio..quando si giunge sulla bocca sopravvive la voce ultima, quella del soggetto narrante. Frase finale, finalmente isolata, nonché provvisoria: “..ed io dovrei essere il protagonista di tutto questo?”.

Titolo alternativo, altamente autoreferenziale: Visionari (ovvero: campionari di-visi).

Ci Provinano by Mila

Passa parola telefonico. Si evidenziano fili e telefoni, cornette multicolori, cellulari.

Interno -esterno -giorno-notte.(da decidere)

La fitta ragnatela di fili, inquadra, incornicia un volto (tipo caselle cruciverba con faccia di attori all’interno) nei suoi pertugi- abitacolo si parla di un film colossale girato a Siena sulla leggenda della Diana.

Fiumi di attori ed attrici si riversano in strada come un’Armata Brancaleone. (deve essere esagerato il numero di attori partecipanti)

Chiacchere, amori piccole invidie. Le voci non in sincrono rispetto ai volti, ai corpi che già sono andati avanti nella conoscenza.

O forse l’immagine “registra” il primo sguardo d’intesa.

I provini sono di vario genere, ogni attore-aspirante “espira”, produce testi da a.s.piccolomini, m. verdone, f.tozzi, s.ambrogi and so on.

Nuove telefonate da parte della fantomatica( Acinematof ) casa di produzione. Non si sente il testo, ma solo un “si?” da parte dei provinati e l’ovvia esultanza.

Le poste; gli attori fanno la fila per pagare la quota di partecipazione al provino:100 euro.

Il giorno 24 agosto anno corrente, sono tutti in via della diana, pronti per il primo ciak.

- ho portato la videocamera, così filmo il backstage, come nel Capitano Corelli !-

Un coro di anch’io fa pensare ai 100 occhi di Lars von Trier.

Le ore passano. Nessuno arriva.

Dagli uffa si modifica la parola in truffa.

L’armata si arma per produrre un documentario a ritroso che attesti il percorso dei p-rovinati.

Diana, in sovrimpressione, scuote i riccioli bagnati, che “si attaccano sull’obiettivo” e scorrono in rivoletti d’acqua.

Per i titoli di coda si può usare un classico ciack con su scritto il titolo che non comparirà all’inizio ( strausato, ma naif quanto basta)

 

I P-ROvinati

DreamTimeStories: appunti per un’animazione

Circa un anno fa, ad un caucasico giovane capitò di finire in un bar di dubbia fama in quel di Cairns, remota cittadina ed ultimo avamposto della civiltà occidentale nell’Australia settentrionale. Tra una XXXX e l’altra, al suon di un blues strappalacrime e raccoglicotone, questo giovane iniziò ad ondeggiare e poi ballare su note tristi e sanguigne come coltellate, insieme ad una anziana signora aborigena. Tutto fu bello, e quando la Stratocaster tacque, i due, il caucasico e l’anziana aborigena si scambiarono un tenero bacio… da questa storia però nasce un’altra storia, ‘e la serva incominciò: ‘

Gli antichi abitanti della terra, quelli delle origini -ab origine- possiedono un patrimonio di storie orali che ruotano intorno al mito della creazione, in cui, in un tempo antichissimo e trasognato, la loro terra e tutte le creature che la popolano ebbero origine. Nel ‘Dream Time’ i fiumi, le montagne, le tartarughe e gli ornitorinchi presero vita e possesso della terra, che appare così come è oggi.

Gli aborigeni si raccontano il dream time della loro terra e noi racconteremo quello della nostra. Come in un pellegrinaggio ad Uluru, ecco che mi appaiono bestie fantasmagoriche davanti agli occhi. Di là passa un leocorno, seguito da un montone imbestialito ed entrambi si sfidano e poi si allontanano per incontrare conchiglie, bruchi, lupi ed ogni altra sorta di creature. Ma come tutto ciò ebbe inizio?

Nessuno lo sa, se i miti sono creati dalla fantasia e non dalla storia. Perciò cosa c’è di più folle, allucinante e onnipotente di creare un mito attraverso un corto di animazione?

Leggo, dalle storie tramandate del Dream Time, “come l’istrice ebbe le sue spine”:

Esisteva in un villaggio un uomo vecchissimo, ormai incapace di cacciare. A causa della sua incapacità, gli altri membri della tribù lo ritenevano ormai solo un peso, e gli altri cacciatori si rifiutavano di dividere con lui la selvaggina cacciata. Ma a dispetto dell’embargo subito, il vecchio non dava segni di sofferenza (come Pannella) ma anzi appariva sempre più florido. Allora si decise di seguire il vecchio per capire da dove traesse il suo nutrimento.Chi lo seguì lo vide rintanarsi dietro ad una roccia, immobile. Da li a poco una donna, forestiera che si recava al villaggio, passò vicino al luogo dove era nascosto il vecchio e appena questa fu a tiro, il vecchio uscì allo scoperto e la tramortì. Per poi divorarla.Inorridito, la spia tornò al villaggio e riferì ciò che aveva appena visto. Il consiglio decise allora di eliminare il vecchio, ma con precauzione e così, quando questi torno satollo al villaggio e s’addormentò, i guerrieri della tribù conficcarono decine di lance sul suo dorso, mentre altri guerrieri ancora gli spezzavano le ossa ad uno ad uno, in una tarantiniana sequenza. Ma il vecchi non morì, e si rifugiò in una caverna. Trascorse un intera notte lì (il tempo è quello del sogno) e al termine della notte si risvegliò, ma mai le ossa e le lance tornarono al loro posto: fu così che il vecchio assunse la forma dell’istrice.

Questa è una delle storie splatter della tradizione, con cannibalismo e violenza gratuita che mi sembrava valesse la pena raccontare (e sono sicuro che incontrerà le simpatie di Shortini).

A meno di non riprendere la storia che ho raccontato, il soggetto è ancora mancante. Ma visto che pensavo ad un animazione, mi è chiaro perlomeno lo stile. Da anni la cultura aborigena ha sviluppato uno stile espressivo, da principio usato per nascondere il disegno, basato sulla sequenza di punti. E’ uno fantastico e delirante: guardate, per chi non ha presente, il sito

http://www.didgeswedoo.com.au/aboriginals.html

Questo sarà lo stile per animare il nostro mito: come le bestie di Siena divennero tali .

A.A.A.IUTO by shortini

A.A.A.IUTO

Un uomo si mette a letto.

Inizia a sognare.

Il corpo entra in una fase di sonno profondo e percepisce dolori, stimoli, suoni ma per non svegliarsi di colpo, viene prodotto un sogno che ha la funzione di riportarci gradualmente alla realtà.

Perchè l’uomo fa determinati sogni?

Capita infatti, a volte, di sognare il telefono che squilla e noi che nn riusciamo a rispondere.

Un dolore allo stomaco, oppure che veniamo accoltellati o uccisi o che ci facciamo male.

O sommersi in acque in cui non riusciamo ad emergere, o lava incandescente, o un fiume in piena che c’investe.

E così il telefono diventa sveglia.

Lo stomaco a fame (hai mangiato ieri sera?).

La pugnalata è un dolore che abbiamo a livello fisico o, non so se vi è mai capitato, un braccio addormentato (fa male).

e l’acqua….beh, sarà capitato a tutti di averla fatta nel letto!

Ciao e buone idee.

Acqua color sangue by shortini

“Acqua color sangue” è un soggetto che ho scritto di getto dopo aver letto “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, rielaborando in chiave grottesca ciò che l’attesa reca, come malattia e come visibilità nella società, nella quotidianità dell’uomo. La finalità è ovviamente il piacere della visione al pubblico ma anche un doloroso viaggio nell’interiorità e nella gestualità dei personaggi. Ciò che il regista non completa, lo fa il pubblico: questo è reality! Ecco perché l’acqua è color sangue, perché nasce trasparente e da noi (pubblico) viene colorata a piacimento rendendola sangue, pipì, nero di seppia… Io ho voluto dare alla mia acqua il colore del sangue infetto di questi rifiuti della società, ma ciò che si sente gocciolare nel cortometraggio in realtà lo deciderà solo il pubblico. Chiudendo gli occhi alla fine del film potrà sentire gocciolare le proprie ferite.

PERSONAGGI:

TONY: Ragazzo sulla trentina. È un tipo losco che organizza il rapimento del pacco dallo studio di “affari tuoi”, la famosa trasmissione di Rai 1. È un ragazzo molto nervoso e lunatico ma fondamentalmente è succube della sua compagna Anna. Paranoico ed estroverso, odia sentire il rubinetto che perde acqua. Grida spesso e volentieri e tira fuori la pistola al primo segno di nervosismo.

ANTHONY: Anthony, venticinquenne, è un ragazzo fuori dalla realtà. Chiaramente drogato, vive la sua vita a fianco di Tony che gli fa un po’ da papà. A volte, quando torna nel mondo reale, ha degli scatti d’orgoglio che però lo inducono a comportamenti a dir poco sconvenienti. Quasi sempre ha lo sguardo perso nel vuoto. Porta sempre gli occhiali da sole (anche di notte) per nascondere il suo stato di trance.

ANNA: Anna, ragazza ventottenne, è la ragazza di Tony. Lo ama alla follia ma non lo sopporta quando s’innervosisce, cioè quasi sempre. Gli fa un po’ da mamma, infatti lo riprende ogni qualvolta ritiene che stia sbagliando. Tiene in piedi il gruppo con la sua razionalità e senso di organizzazione. Anche lei, a volte, riesce a far innervosire Tony.

PAUL: Paul, trentenne, è il personaggio che vuole comprare la droga da Tony. Conosce bene sia Tony che Anna ed Anthony ma si fida poco di loro. È il tipico spacciatore con la testa sopra le spalle, che sa cosa comprare e a quanto. Svolge il suo ruolo con precisione svizzera. S’innervosisce raramente e non ricorre alle armi quasi mai.

FRANCO: Sudamericano pienotto, è il vice di Paul. Ricorre facilmente alla violenza ma solo se c’è un buon motivo. È il braccio violento di Paul, una sorta di guardia del corpo personale.

BARBARA: Barbara è un drogata raccattata da Paul e Franco chissà dove. L’hanno portata da Tony per fargli provare la droga, cosa che si rivelerà inutile. È una comparsa (visto che non apre bocca) ma è fondamentale per la scena. Una sorta di scenografia viva che rende credibile la scena.

SOGGETTO

Nasce tutto sentendo gocciolare l’acqua, trasparenza dell’essere, purezza estetica, verginità. Tony ed Anthony hanno un pacco di droga che devono togliersi al più presto. Aspettano nel loro caratteristico appartamento tre loschi individui: Paul, ragazzo sulla trentina, Franco, baffuto e taciturno, e Barbara, una drogata raccattata chissà dove. In realtà i sei personaggi sentono di dover “recitare” un ruolo da duri, ma cadono spesso e volentieri in episodi grotteschi al limite della comicità. Tutti felicemente fuori dalla realtà trovano, attraverso lo spaccio della sostanza stupefacente, un motivo di vivere il film della loro vita, ma chiaramente non riusciranno, seppure con grande volontà, ad addentrarsi nei loro personaggi. Finiranno morti, sparandosi tra di loro, mentre in TV, Pupo, Amadeus, e altri personaggi televisivi cercano di vendere i loro “pacchi” al peggior offerente. È un’analisi triste della vita, di persone che parlano, vivono, e mangiano come Mamma-TV ha insegnato, e finiscono morti ammazzati, se non con una pistola di sicuro in un divano in preda alla depressione. Non è un’esaltazione della droga, né del politicamente scorretto, ma è un collage di vita quotidiana che non si può ignorare, un episodio che facendoci sorridere potrebbe esaltare in noi il ripudio della TV come unica fonte d’informazione (di tutti i generi: alimentare, politica, moda…). E le gocce cadono, che sia acqua trasparente non contaminata, o sangue infetto da virus mediatico poco importa. Importante è saper distinguere due gocce della stessa forma.

Scontro di civilità by Manufatti Audiovisivi

Si potrebbe mettere in scena una riduzione/adattamento del romanzo “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio” di Amara Lakhous, trasferendo la scena da Roma a Siena e reinventando liberamente alcuni personaggi. Potrebbe essere un lavoro corale, una serie di microstorie e personaggi inventati dai vari inqulini di “Abitazioni”

Scheda del romanzo - Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio :

“A partire dall’omicidio di un losco personaggio si snoda un’indagine che ci consente di penetrare nell’universo del più multietnico dei quartieri di Roma: piazza Vittorio. Frammenti di vita quotidiana intrecciati attorno all’ascensore, puntualmente all’origine di tante dispute condominiali, per comprendere il nodo focale del paventato, discusso, negato o invocato scontro di civiltà che assilla il nostro presente e il nostro futuro e infiamma il dibattito politico, sociale e religioso-culturale dei nostri giorni.

Tutto ruota attorno alle indagini sull’omicidio di un brutto ceffo, il Gladiatore. Tanti fra i condomini hanno un’ipotesi da sviluppare: la bisbetica portiera napoletana, il professore milanese che odia i romani, il cuoco iraniano che non sopporta la pizza, la signora sola che vive per il suo cagnolino, il regista olandese che vuole girare un film su piazza Vittorio, la ragazza impegnata nel volontariato e, su tutti, Amedeo, esule algerino di grande cultura, amico di tutti e principale sospettato dell’omicidio.

Ma la vera protagonista in fondo è proprio la piazza…”

Il ritorno della creatura

Un’idea molto stupida, ma mi diverte giocare con i generi. Aspetto commenti, spero niente insulti.

Un inizio decisamente horror. Nel buio che cresce in un tramonto di quelli infuocati tra le nuvole che si diradano dopo un temporale, da una pozza di fango esce una creatura melmosa, coperta di alghe e cose innominabili. Attraversa la città emettendo gorgoglii e perdendo pezzi ribollenti, mentre al suo passaggio tutti fuggono: finestre si chiudono, gatti scappano, cani ululano, il terrore si sparge. La creatura risale verso una casa isolata, mentre persino i fiori per il ribrezzo appassiscono. Il cancello di un piccolo ma lindo giardino cigola: la donna intenta alle piccole cure alza finalmente lo sguardo, lancia un piccolo grido e mormora “O maronna mia” mentre sviene.

La creatura si slancia su di lei gridando “mammà”, e mentre la soccorre partono le note della canzone Mamma (solo per te la mia canzone vola, eccetera eccetera). Sui titoli di coda flash della mamma che asciuga il figlio dopo la doccia, lo veste con tenerezza, lo guarda andare a giocare di corsa, e poi lui con gli amici, lui che gioca a pallone, lui che si getta nelle pozze di fango. Mix audio con le prime battute di Tammurriata nera fino a “E’ nato nu criaturo, è niro niro” a sfumare.

Non so se potrebbe avere diffusione al di fuori di Campania e stretti dinotorni. E non credo potrebbe durare più di 5′ tirandolo al massimo della tensione… Una cosa breve, facile e senza tante pretese, e spero che ci sia di meglio da realizzare.

Miki

Fatto in mezz’ora di nullafacenza, non pretendete granchè!

Un ragazzo non vedente di 14 anni, Miki, si prepara per andare a scuola. E’ un tipo tutto pepe magro, occhi neri intensi, capelli cortissimi e dita lunghe. La sua cecità non sarà riconoscibile dagli spettatori se non alla fine della storia (si giocherà tutto sulle riprese particolari, stacchi improvvisi e al limite, immagini di taglio e insistenza sui particolari). Tutto nella sua stanzetta è in ordine, persino i vestiti sono messi in scala sul letto appena fatto: la maglietta sopra il pantalone, poi le mutande e le calze e poi, ai piedi del letto, le scarpe. Miki esce dalla doccia trasandato, come al solito è in ritardo. La madre da lontano urla e lo incita a muoversi, si assicura che riesca a trovare tutto. Miki nervoso continua a ripeterle che non è più un bambino, che ormai sa fare tutto da solo. Vestitosi corre verso la cucina, imbocca una merendina e viene assalito da Dylan, il suo cane, un enorme pastore tedesco. La madre prende per il collo il cane e lo allontana, “o si mangia o si gioca” dice in maniera brusca. Miki si siede al tavolo e continua a mangiare, mentre Dylan da lontano lo guarda con aria buffa. Finito scappa via cercando di portare il cane con se, la madre lo ferma di nuovo “ti ricordo che da quest’anno abbiamo deciso che a scuola ci vai senza Dylan, ricordi?”. Miki acconsente, d’altronde giusto poco prima aveva detto che era cresciuto abbastanza. “Hai preso gli occhiali?” continua la madre. “c’è l’ho in tasca, lo sai che mi danno fastidio portarli davanti la gente, ma parola di scout che a scuola li metto!” dice facendo con la mano il simbolo a due dita degli esploratori.

Arrivato nella pensilina d’attesa, Miki si accerta dal grasso signore seduto accanto a lui che il sedici non sia ancora passato e stanco si abbandona sulla panchina. Accanto a lui si siede una bambina, viso vispo, capelli ricci e biondi, con dei grossi occhiali neri sul volto, canottiera e gonnellina a fiori. Anche lei è non vedente, ma a differenza di Miki, è immediatamente riconoscibile come tale dai suoi movimenti incerti. Lei aspetta il sessantasei, il signore accanto a Miki conferma che neanche quello è arrivato. Miki comincia a mugugnare, dicendo che se il sessantasei ancora non è passato il sedici arriverà fra mezz’ora, e poi a scuola dovrà giustificarsi “prima con quella rompiscatole della preside e poi con mia madre che non è da meno”. “Io faccio sempre ritardo!” dice la bambina presentandosi. Si chiama Margarita. Viene da un paesino lontano e la scuola più vicina è proprio lì, in città. Quel giorno ha perso il primo autobus dal suo paesino, e il secondo l’ha lasciata ancora più lontano dalla sua scuola, e quindi “questa volta farò un ritardo storico!”. Cominciano così a parlare delle differenze fra città e paese, ma è un discorso strano, fatto d’immagini fuoriuscite dai rumori, che prendono vita dall’udito, dal tatto e dal sapore: “il profumo del pane del forno sotto casa mia è migliore, e poi quando lo tocchi senti i buchi fatti dalle dita dai fornai, così intensi e profondi”.

Entrambi pensano che l’altro non abbia capito la propria cecità. Miki azzarda allora un “hai un viso molto bello”, lei arrossisce e ringrazia. Margarita istintivamente fa un cenno di alzare le mani, come per toccarlo, ma poi, titubante, dice “Anche… anche tu per essere un ragazzo hai… hai dei begli occhi!”. I due ridono e continuano a chiacchierare. Miki comincia ad inventare i dettagli visivi della sua città, i volti delle persone, le bellezze delle strutture architettoniche. Margarita invece comincia ad immaginare animali inesistenti, con colori eccezionali e movenze affascinanti. Così prendono vita strani ponti circolari, venditori di hot dog con tre dita, e fabbriche di cioccolato trasparenti. E poi ancora strani animali mezze angurie e mezzi pesci, boschi con alberi di mele cotte, ed enormi orsi con le mani di cera che devono essere imboccati dalle giraffe-rinoceronti perché non riescono a prendere il cibo. Entrambi s’immaginano nella storia dell’altro, come se questa fosse vera, ed entrambi, almeno così si lascia intendere, sono coscienti dell’assurdità delle storie e si assecondano a vicenda, in un coloratissimo bluff ordito per mascherare la loro cecità.

Ad un tratto arriva l’autobus, i sogni s’interrompono bruscamente. Lei si alza e sale sopra. “Aspetta, dimmi che scuola fai almeno ti vengo a trovare!” dice Miki alzandosi in piedi. “Lascia perdere, c’è una cosa in me che non ti piacerebbe!” ribatte lei mentre le porte si chiudono. Miki si abbandona di nuovo nella panchina, smarrito.

“Poveretta” dice il signore seduto accanto a lui. “Perché?” chiede Miki. “Non l’hai guardata bene? E’ cieca.”.

Miki si ammutolisce, fissa il terreno pensieroso. Arriva il sedici, Miki, con occhi tristi, e l’uomo si alzano e ci salgono sopra. Il ragazzo inciampa sulle scale, cadendo. I suoi occhi si riempiono di lacrime, ma non sono lacrime di dolore, ma di rabbia come quelle che escono quando ci si rende conto che si è impossibilitati a compiere un’azione. Il signore lo aiuta e lo rialza. “Scusa, sono stato io?” gli chiede lui dolcemente. “No” dice Miki prendendo dalla tasca un paio di grossi occhiali neri identici a quelli di Margarita e mettendoseli sul naso, “sono questi miei fottuti occhi che non hanno mai voluto funzionare”.

FINE

__come si vede nella storia sono disseminati gli indizi che portano alla cecità di miki, i vestiti in ordine messi dalla madre, il cane, gli occhialida portare. La sfida (di scrittura e di regia) dovrebbe proprio essere quella di non far capire niente allo spettatore fino alla fine, provocando un buon effetto a sorpresa che secondo me non è male! Bò, ditemi voi!__

Emanuele

Cineresa by andreacampus

Cineresa
Un cineoperatore trentenne, spinto da questioni finanziarie, collabora al primo film di un regista giovane e insicuro. il film, tratto da Piccola Città di Wilder, si impantana in fase di ripresa per una serie di malfunzionamenti alla macchina da presa, una piccola super8 di proprietà del regista. La macchina inizia con lo sfocare le immagini più romantiche, fino a chiudere del tutto l’obiettivo davanti ai momenti retorici. L’operatore, smontando la macchina, scopre alcune cosa abbastanza curiose, come uno strano pezzo di pellicola infilzato nel carrello. Questo spezzone continua a mostrare immagini sempre diverse e riferite ai momenti più imbarazzanti della vita dell’operatore.

 

L’unica traccia nelle sue mani è un vecchio documento con l’indirizzo del fotomeccanico che ha riparato per ultimo la macchina negli anni ’70. Costui è un ex anarchico, ex chitarrista ed ex fricchettone che ha una reazione terrorizzata di fronte all’idea di rivedere la vecchia cinepresa. Dice “parlane con Campus”.

La cinepresa possiede una sua coscienza e un sua forma di memoria, cosa normale per tutte le macchine da presa provenienti dal suo pianeta. Il pianeta da cui proviene la camera, sostanzialmente coincidente con il Giappone degli anni ’60, è sprofondato sotto la superficie della terra durante l’ultima grande tempesta emozionale, quella che ha soppresso il libero arbitrio su tutto il pianeta: ed al suo posto è emerso il Giappone che ora possiamo conoscere noi. Anzi, quel paese, a tutti gli effetti inesistente, è stato creato a partire da una descrizione piuttosto fantasiosa letta da un dio distratto su un libro di geografia per le scuole medie italiane edito nel ’73. Questo fa della camera l’ultima testimone vivente di una condizione di vita oramai estinta.

Sul pianeta Giappone le cineprese erano tra le creature più adattabili, grazie alla loro memoria fotochimica che poteva essere programmata a fare o non fare, a sentire o a non sentire qualsiasi cosa. La programmazione non veniva effettuata tramite stimolazioni neurologiche o induzione elettrica. Veniva preferita una tecnica sociale che prevedeva l’uso delle costruzioni verbali e della sintassi. La grandi macchine 35mm. parlavano alle piccole super8 di sentimenti e necessità gradevoli. In quella società si pensava che la stimolazione fotochimica ben ordinata dei giovani sensori, attraverso accorte composizioni di pigmenti e superfici, fosse qualcosa di tutto sommato positiva. Pertanto le cinepresone chiedevano alle piccole, davanti ad una scena qualsiasi: “Non ti rende triste guardare quella madre in lacrime? Non sei morta dal ridere quando quel tipo ha tirato un grobenet in faccia al grassone?”.

Il Grobenet era un dolce tipico del pianeta Giappone.

L’operatore, spinto dalla necessità di far funzionare la macchina, parte alla ricerca del fantomatico “Campus”: ma l’unico contatto possibile resta il vecchio fotomeccanico. Appostatosi per spiarlo davanti alla sua finestra, l’operatore lo osserva attraverso lo zoom della cinepresa. Ed eccolo là.

 

Andrea Campus, l’amico immaginario del fotomeccanico, è un attentatore dilettante: la sua smania di uccidere un pezzo grosso, uno qualunque, senza precisi motivi, non lo ha aiutato nella ricerca di nuovi amici, così continua a tormentare le vecchie conoscenze. Attraverso l’occhio della camera seguiamo la sua vita e i suoi bislacchi tentativi di giustificare le sue passioni attraverso un metodo comportamentale basato sulla grammatica: gli amici immaginari trovano consolatorio, in generale, calmare le proprie voglie dandogli un nome. Così come se chiamando “Bunne” o “Blitz” un cane il cane ci ascolta, ragionano gli amici immaginari, anche se chiamiamo “Dissociazione” o “Vendetta” o “Azione” un sentimento, quel sentimento dovrebbe quietarsi.

“Quietarsi” è un termine usato dagli amici immaginari che indica tanto la spiegazione di un fatto quanto il suo momentaneo oblio.

L’operatore è entusiasta di quello che ha visto, e ci vede la fine dei suoi guai: se riportasse quello che ha filmato al regista, non avrebbe più bisogno di violentare Wilder per vivere. Ma davanti alla moviola lo aspetta una sorpresa: la camera ha filmato solo il vecchio fotomeccanico, che smonta e olia una pistola e mormora propositi di vendetta, guarda in macchina e pronuncia l’ultima battuta di Emily in Piccola Città: Addio ticchettio delle pendole e girasoli della mamma. E cibo e caffè. E vestiti appena stirati e bagni bollenti… e dormire e svegliarsi… e come prima l’immagine si offusca e sparisce, prima che si senta il colpo di pistola.

Annichilito, il regista decide di licenziare l’operatore e di consegnare la pellicola alla polizia. Ma le immagini lo affascinano morbosamente, e, rimasto solo, decide di riguardarle ancora una volta.

E vede il vecchio, morto come Emily e che come lei ancora parla, dirgli quanto a lungo ha cercato il senso di quelle parole. Che anche lui ha sentito per tutta la vita la sensazione di aver dato l’addio a qualcosa, e ora si rende conto che esisteva un posto non meno irreale del Grover’s Corner e altrettanto credibile a cui lui stesso aveva dato addio ormai da moltissimo tempo.

E che in quel posto doveva pur aver vissuto.

Dice, non ho chiesto io di stare in questo film. Lo sapevo già da prima che a forza di stare in un film qualcuno che ti ammazza lo trovi.

Dice, cambiando voce, Annunciamo ai nostri gentili spettatori che la ripresa del libero arbitrio, prevista per oggi, a causa di imprescindibili motivi tecnici è stata rinviata a data da stabilirsi.

L’operatore è rimasto solo nella sua stanza, e guarda la cinepresa nell’occhio. Senza lavoro, senza aver capito il senso di quello che gli succede intorno, beve e si sente debole. Ma la camera finalmente parla e gli dice Non preoccuparti della tua apatia. È colpa della tempesta emozionale. È colpa della perdita di libero arbitrio.

Ora ci sembra di vedere con lui un documentario storico, intitolato CONOSCI IL TUO NEMICO: IL LIBERO ARBITRIO, e girato con lo stile della propaganda degli anni ’40. Appropriate immagini di repertorio commentano il parlato e una irritante musica trionfale lo accompagna.

Per quanto riguarda il libero arbitrio, la sua sospensione nel 1973 è dovuta ad una serie di sconvolgimenti geologici che solo in parte possono, comunque, essere ritenuti responsabili di alcunché: nelle precedenti fasi di sospensione, l’umanità ha dimostrato di sapersi barcamenare anche senza una volontà propria.

Durante la sospensione del libero arbitrio fra il 1910 e il 1956, la merda finì davvero nel ventilatore, e a più riprese: ma la principale risorsa dell’Uomo Moderno, l’apatia, gli ha consentito si sopravvivere serenamente al periodo che gli storici comprendono nel termine di Grande Paranoia Intergalattica. Quando, il 15 febbraio 1956 il libero arbitrio tornò in sella e lì rimase fino al 1973, le difese dell’Uomo Moderno erano così collaudate che si verificarono solo pochi casi di perdita d’equilibrio, cadute comiche e piccoli incidenti stradali. Fu anzi più difficile del previsto il ritorno dell’Uomo Moderno a prendersi le proprie responsabilità: sicché quando, nel 1973, tutti tornarono a vivere la stessa giornata, giorno dopo giorno, per altri trent’anni, questo fu in alcuni ambienti visto come un sollievo. Ancora oggi, la scomparsa in mare di interi continenti e civiltà e la loro sostituzione con baracche di plastica inventate dai compilatori dei sussidiari, unico aspetto negativo delle tempeste emozionali, è generalmente considerato un male necessario, a fronte dell’accresciuta stabilità e sicurezza generale”.

Balza fuori dall’ immagine come il protagonista di falso movimento, brandendo la cinepresa come un’arma. E proprio come nel film, una mano invisibile, innominata lo abbatte.

Dopo essere morto, in primo piano, ci guarda negli occhi e dice

A forza di stare in un film, prima o poi si muore.

Passano sul suo viso i titoli di coda: e, al primo posto, leggiamo il nome dell’assassino.