Ciao a tutti: scusate per il ritardassimo. Come avevo detto all’incontro fisico che abbiamo tenuto alla Mediateca, mi sarebbe piaciuto concentrarmi su un’area specifica di Siena: la zona di Fontebranda. A mio avviso è un luogo pieno di fascino, in diversi sensi un luogo di transizione, di passaggio, a metà fra alto e basso, passato e futuro, tempo mitico e tempo della quotidianità, spazio pubblico e spazio privato: si sviluppa su tre livelli posizionati ad altezze diverse; è una delle principali vie d’accesso alla città (la maggior parte del flusso turistico su gomma transita per la porta di Fontebranda, è facilmente accessibile dall’esterno e in linea d’area molto prossimo a piazza del Campo), ma allo stesso tempo è misconosciuto e poco o per nulla frequentato. Vorrei proporre una piccola serie di spunti classificabili in senso ampio nella categoria di genere “fantascienza”. Concentrarsi su un luogo come Fontebranda, con le sue peculiarità, i piani sfalsati, l’architettura medievale, i suoi misteri, sul tempo Fontebranda, col suo portato storico e le sue possibili ramificazioni future, e su Fontebranda come cosa viva, spugna assorbente e specchio deformante delle epoche e delle personalità che l’hanno attraversata, ovvero ascoltare un luogo, far riecheggiare quello che c’è già ma in modi e forme nuovi mi sembra che risponda allo spirito del progetto “Abitazioni” così come l’ho recepito dalle parole di Barbara. I soggetti che vi propongo sono cinque: “Il passaggio” “La cupola” “La piazza” “L’abbadìa” “La sirena”. Alcuni sono abbastanza strutturati e abbondantemente sviluppati, altri sono solo degli abbozzi. Spesso ho inserito descrizioni che hanno il solo scopo di evocare alcune sensazioni che desideravo trasmettere. Qua e là ho inserito commenti e indicazioni.
“Il passaggio”
[Ambientazione/scenografia. Per “il mondo al di qua”: i nuovi appartamenti di fronte alle scale mobili a Fontebranda oppure gli appartamenti immediatamente fuori dalla porta di Fontebranda; esterno scale mobili; scale mobili. Per “il mondo al di là”: zona fra il Santa Maria della Scala e Fontebranda o da individuare.]
[Incipit.] Tutti i giorni, da anni, un uomo beve il suo caffè, prepara la sua valigetta, saluta con un bacio sulla fronte la moglie ancora a letto [la donna “notturna”, di cui non si vede mai il volto ma solo i capelli scompigliati, le spalle, le gambe o le braccia] ed esce dal suo appartamento. Tutto farebbe pensare che si stia recando al lavoro, in ufficio. Raggiunge le scale mobili.
[L’ingresso.] Ghiaia, piccole pietre, grigie, uniformemente distribuite tranne che per un piccolo sentiero dove sono più rade e lasciano intravedere la terra battuta, il coperchio in ferro a chiusura e protezione della canaletta per il deflusso dell’acqua piovana, ha dodici piccoli fori, rettangolari, con i lati corti arrotondati, tutti completamente otturati dalla ghiaia. Lavori in corso: impalcature con camminamenti in lega metallica, un’ampia rete, fitta, che li avvolge, il bozzolo ipertrofico di un insetto gigante. L’ingresso è seminascosto, l’arco è tranciato di netto da una passerella, come una cornice, uno schermo o una maschera che mal gli si adatta; nel momento in cui lo si attraversa, finalmente è possibile valutarne appieno le dimensioni, la larghezza, di circa tre passi e l’altezza, di circa 4 metri, un grosso, mastodontico buco, come una ferita inferta dall’uomo alla collina; o anche l’ingresso di una caverna, gigantesca, lì da sempre, profonda, buia, labirintica, ramificata, che attraversa l’intera città: il limite da non attraversare, la porta d’ingresso per la città sotterranea.Subito all’interno, di fronte, parte della parete è priva dell’intonaco e mostra, in bella evidenza, osceno, il tufo compatto e spugnoso, apparentemente fragile di cui è fatta l’intera collina. Immediatamente sulla sinistra una lunga rampa di scale in marmo opaco costeggia la parete…
[Breve descrizione oggettivo-paranoica, contributo alla costruzione di un’atmosfera.]
[Il varco.] Tutte le mattine, a quell’ora precisa aspetta quel preciso gradino dell’ultima rampa delle scale mobili, quello con la macchia, piccolissima, a forma di otto. Percorre la prima, la seconda, la terza, la quarta rampa, finché non raggiunge l’ultima, scarta leggermente a destra e si ferma vicino all’ingresso. Apparentemente senza alcuna ragione, rimane lì, immobile, come in attesa di un segnale, tutto proteso verso le scale che osserva con attenzione. Finalmente sembra aver trovato quel che cercava: una piccolissima macchia scura, all’altezza del decimo gradino, a forma di otto rovesciato. Si posiziona all’ingresso della rampa e fa scattare le scale che cominciano a scorrere, ma lui ancora non si muove, segue con lo sguardo la piccola macchia che si allontana sempre di più e aspetta fino a che non sparisce alla sommità. Controlla l’orologio, sembra sapere con esattezza quanto tempo quel preciso gradino con la piccola macchia impiegherà prima di sbucare nuovamente all’inizio della rampa. 40, 41, 42 secondi… si volta verso le scale che scorrono, esattamente nel momento in cui sbuca nuovamente il gradino e la piccola macchia. Il volto gli si illumina, monta sul gradino e procede verso la luce dell’uscita.
[Scena principale prolungata, atmosfera e costruzione del personaggio.]
[Le scale sono un passaggio temporale, un varco non meglio definito che proiettano l’uomo presumibilmente nel passato o comunque in un altro, sia spaziale che temporale: all’uscita si trova in una città del passato. Non si sa come abbia scoperto il varco, probabilmente per caso, forse è solo una sua proiezione, un suo desiderio, una sua esigenza di evasione verso un mondo più semplice, dove i desideri, le aspettative, i ruoli sono più umani…]
[Dall’altra parte.] Una volta dall’altra parte nasconde la valigetta, la cravatta, gli occhiali, gli abiti e le scarpe che lo identificano come appartenente al nostro mondo, inquadrato nel nostro ordine e indossa abiti adeguati al mondo in cui si trova e alla sua nuova condizione; oppure no: potrebbe continuare a tenere i suoi [il che lo contrapporrebbe a tutti gli altri che però non ci fanno assolutamente caso, con un possibile effetto straniante e surreale]. Dopodiché si reca in una abitazione dove un’altra donna, bellissima lo attende affaccendata in mansioni tradizionali [la donna “diurna”, il suo volto è radioso e sorridente, rassicurante, materno e seducente allo stesso tempo]. Vivono insieme, sembra felicemente, lui bada all’orto o svolge compiti comunque manuali/artigianali.
[Ritorno indietro.] Verso sera saluta la donna, recupera i suoi abiti e riscende attraverso le scale mobili nel mondo a cui siamo abituati. E’ stanco, scarta involucri di cellofan presumibilmente lasciati lì da sua moglie, scalda della verdura surgelata, cena velocemente in cucina sotto una luce al neon, guarda distrattamente la TV, raggiunge in camera da letto la moglie che già dorme, si spoglia in silenzio, al buio e si infila sotto le coperte.
[Questo stato di cose dovrebbe risultare abitudinario, ripetitivo: è così che lui vive.]
[Imprevisto.] L’elemento di rottura potrebbe consistere nell’introduzione in uno dei due mondi (o entrambi) di un elemento estraneo: ad esempio occhiali, cravatta nel mondo medievale oppure un utensile di qualche tipo nel modo moderno, oppure qualche segnale che possa mettere in allarme una delle due donne e, conseguentemente, in pericolo questo stato di cose [possibilità fino ad allora mai contemplata dall’uomo in quanto la riteneva semplicemente impossibile, fuori dal normale ordine delle cose, ma adesso possibilità concreta e tremenda]. Alternativamente o contemporaneamente si potrebbe verificare che una mattina egli sia impossibilitato a effettuare il salto: ad esempio il custode sta pulendo le scale, oppure l’ultima rampa è bloccata perché in riparazione, oppure c’è troppa gente e non riesce a cogliere il tempo esatto per il passaggio…[La rottura dell’ordine che porta al cambiamento.]
[Sviluppi possibili. ] Magari il giorno successivo ci riprova e nel mondo al di là trova una situazione simile ma con piccole, sottili varianti che lo insospettiscono, comincia a dubitare della donna diurna, l’idillio comincia a incrinarsi… Oppure fa per tornare indietro e si accorge che un uomo con vestiti di foggia alquanto strana è appena spuntato dalle scale mobili, si libera di una sorta di calzamaglia e indossa un paio di comuni pantaloni, si allontana furtivo, ma trepidante. Decide di seguirlo. All’inizio crede sia una coincidenza, poi si convince che si sta dirigendo verso casa sua e continua a seguirlo in un crescendo di tensione emotiva (lo perde per un istante, suda, teme di essere stato scoperto…). Alla fine l’uomo raggiunge casa sua e bussa alla sua porta. Lui è impietrito e sbircia seminascosto. Anche qui ci possono essere vari sviluppi possibili: ad aprire la porta è effettivamente sua moglie, non sembra affatto sorpresa, come se quella visita fosse qualcosa di abituale, poi fa qualcosa che lo getta nella completa disperazione: accoglie l’uomo sulla porta con un gesto a lui familiare che denota intimità e che da tempo lei non gli rivolgeva più (ad esempio gli accarezza il collo o il lobo… o sorride in modo allusivo… è possibile anche un breve flash-back); oppure è un’altra donna ad aprire; oppure alla fine, sul pianerottolo, l’uomo bussa alla porta accanto…
[Si può scegliere uno solo dei possibili rami indicati e pensare eventualmente a un finale ulteriore (o considerare uno degli esiti già previsti come un finale), oppure si può decidere di percorrere più strade alternative in un unico cortometraggio.]
“La piazza”
[Ambientazione/scenografia. La nuova piazzetta di Fontebranda: in alcune ore sembra un luogo finto, di un’altra dimensione, in maniera un po’ paradossale la paragonerei all’EUR.]
[Entrata.] Quante volte aveva attraversato quella piazza negli ultimi tre anni? oltre un migliaio? eppure la ricordava sempre uguale, a qualsiasi ora, in qualsiasi stagione; a guardia dell’ingresso, a sinistra e a destra, due pali in materiale metallico, forse una lega, colore grigio-neutro-non-riflettente, altezza non superiore ai quaranta centimetri, base circolare, di diametro intorno ai quindici: il rapporto conferisce alle due sentinelle un aspetto tozzo e caricaturale; in mezzo: una teoria di pali in acciaio, l’uniformità della vernice nera interrotta da una serie di tre bande gialle poste a distanza regolare, altezza leggermente inferiore, comunque intorno ai quaranta centimetri, base circolare, di diametro senz’altro inferiore ai dieci: il rapporto conferisce ai singoli elementi un aspetto esile e temporaneo, l’allineamento è incerto, approssimativo, questuanti alla ricerca di risposte a domande mai poste; al confronto, i pali grigio-neutro-non-riflettente sono bastioni, ieratici e inamovibili, ciascuno dei due è provvisto di un occhiello, mentre gli altri pali sono tenuti assieme in una fila incerta da una catena vistosamente sproporzionata, deportati da nessun luogo…
[La piazzetta è deserta. Uno/a ci entra dall’ingresso sopra descritto, l’attraversa e esce da un altro accesso. Immediatamente compare ad un altro ingresso. Compie un altro percorso e fuoriesce da un altro ingresso. Immediatamente compare ad un altro ingresso… e così via fino a esaurire la combinatoria di coppie ingresso/uscita (o quantomeno darne un’idea), poi si ricomincia. E’ una specie di labirinto, gli accessi si corrispondono secondo una strana geometria, solo apparentemente euclidea, non c’è uscita, né tempo. Sarebbe interessante sfruttare parecchio la soggettiva e riprese dall’alto. Chi attraversa la piazzetta potrebbe prendere progressivamente coscienza di trovarsi in un loop, di non avere altri ricordi fuorché quelli legati all’attraversamento della piazzetta… (dialogo interiore, primissimi piani…)]
“La cupola”
[Ambientazione/scenografia. Tutta l’area di Fontebranda.]
[Risveglio.] Ma che ore sono? Devo aver dormito troppo: accidenti le dieci! d’accordo, la mattinata non è del tutto persa, vediamo se riesco a riattivarmi a breve con un caffè e una pasta qui al bar. Il cielo è un po’ cupo, ma non sembra che piova, o sì? Sì sembra che piova, ma la strada è asciutta e sul viso non sento nemmeno una goccia. Sarò ancora mezz’addormentato, ma no: c’è una specie di barriera trasparente, del vetro forse, sì le gocce scorrono a circa quindici metri, come se ci fosse una cupola, una semi-sfera trasparente, un enorme, grosso coperchio di vetro o qualcosa del genere che tappa tutta Fontebranda. E’ forse uno strano effetto atmosferico? la pioggia che si ferma a mezz’aria: cose da pazzi! no, no: è una barriera fisica, di un qualche materiale assolutamente trasparente; se fosse di vetro si vedrebbe un riverbero, qualcosa, le tracce lasciate dalle gocce di pioggia; è qualcosa di più etereo rispetto al vetro o al plexigas, una barriera elettrica, ecco! o qualcosa del genere. Ma quant’è estesa e chi ce l’ha messa? e quando? stanotte, mentre dormivo. E come avrebbero fatto? sembra così imponente, senza fine, oppure no: è qui che finisce, in prossimità del telepass; qui l’acqua scorre perpendicolare, come su una finestra.
[Deportazione.] Non si vede granché aldilà, dov’è il bar? troppa nebbia forse, o sarà quest’affare che si mangia tutta la luce? E’ morbida, flessibile, fa una certa resistenza, si piega, si stira, si modella addosso, ma non riesco ad attraversarla, è un tutt’uno, non si lacera, si estende solo fino a un certo punto, mi obbliga a tornare indietro: un grosso involucro di gelatina o di caucciù trasparente.Aspetta un attimo: qualcuno sta entrando, a piedi, il telepass suona comunque. Ma com’è vestito? con la calzamaglia! eccone un altro, sono pure armati di lancia, ma guarda tu! ehi, ce l’hanno con me, vengono verso di me, che vogliono, che avrò fatto? Sarà una nuova trovata della Contrada, eppure non siamo in periodo Palio: vabbuò chiudere via Santa Caterina al passaggio indiscriminato, ma tutta Fontebranda!— Quali abiti indossate? non è regolamentare, vieni con noi!— Con voi? stavo andando al bar, ho bisogno di fare colazione e questa roba appiccicosa, ma che cos’è?— Alle comparse non è concesso di uscire— Lascia perdere, ho capito: è un altro che è uscito fuori di testa. Su dagli una scossa che lo portiamo al Centro di Rieducazione Storica.[Il centro.] Che mal di testa. Che, dove sono? sembra la Sartoria Storica, ma come ci sono finito? sono svenuto, sono stati quei due a portarmi qui?— Signora?! mi scusi, come mai mi trovo qui? e perché non riesco ad alzarmi? lei è una dipendente, dov’è la proprietaria della Sartoria?— Sono io la proprietaria. A te non mi pare d’averti già visto. Ma è inutile, sai, che fai la parte, che fingi di avere una crisi temporale. Tu sei qui, a Fontebranda, e non puoi allontanarti, ora, nel milleecentoventitrè, ed è inutile che indossi questi abiti di una cinquantina d’anni fa direi, a giudicare dal taglio e dalla cravatta. A proposito, dove li hai trovati? Ti conviene parlare, sai!? resistere è inutile! dove li nascondevi? o te li sei confezionati da solo? e quando? nella tua ora di pausa? faresti meglio a impiegare altrimenti il tuo tempo libero.— Ma che ve ne importa di come sono vestito io? avete visto come andate in giro voialtri? vabbhè la tradizione, la città medievale e tutto quello che pare a voi, ma io qui ci vivo, ci lavoro, pago un affitto, ho diritto alla mia vita e al mio spazio e non ne voglio sapere nulla di Palio, cavalli e cappelli strani!— Silenzio. Ora ti farò una piccola iniezione ipodermica e poi ripeterai con me. Il mio nome è Duccio del Verrocchio…— Il mio nome è Duccio del Verrocchio…— …figlio di Paolo il macellaio e Monna Agnese la lavandaia— …figlio di Paolo il macellaio e Monna Agnese la lavandaia— Ho il compito di scuoiare le bestie e ripulirle dalle interiora…[La sposa.]— Vorrei due ali di pollo e delle interiora— Se mi è consentito, a cosa le servono Madonna?— Come a cosa mi servono? non è questa la bottega di Paolo?— Sì, per l’esattezza e io sono il su’ figliolo Duccio— E allora fa’ il tuo lavoro: un macellaio vende carne e i cristiani la comprano, per mangiarla, che altro, non siamo mica in Quaresima!— Certo, per mangiarla. Intendevo dire, quale pietanza intende preparare, magari potrei darle qualche consiglio su come rendere tenera financo la cresta del gallo, oppure, se non desidera proprio il pollo, le consiglierei due bistecchine di vitello: è freschissimo, l’ho ammazzato proprio stamani.— Vorrei del pollo. E’ per mio padre malato, che può bere solo del brodo caldo e di pollo. E poi il vitello non posso permettermelo, se ci tieni a saperlo!— Ah Madonna, lei mi ha frainteso: pollo o vitello per Vossignoria fa lo stesso, non un soldo accetterei dalle Vostre mani immacolate!— Ho capito: può bastare così, non desidero proprio nulla ché il mio macellaio di fiducia non siete voi né quell’esoso di Paolo— Esoso, mio padre?! ma se è l’uomo più generoso della città intera!— Esoso e anche spilorcio, il vostro nuovo padre!— Nuovo?? cosa intendete dire Madonna? vi ho forse offesa in qualche modo? e se non dovevate acquistare nulla, perché mai vi sareste recata in questa bottega?— Per vedervi, ero curiosa— Vedermi?? e perché mai?— Perché ti hanno assegnato a me. E’ il mio turno: fra un mese compirò il diciassettesimo anno d’età. Ormai sono pronta.— E’ vero, siete in età da marito. Ma che vuol dire assegnato? chi mi avrebbe assegnato a voi? mio padre non mi ha riferito nulla eppoi sappiate che io non sono proprio il tipo che si adegua senza fiatare a decisioni prese da altri, foss’anche il mio amatissimo padre verso il quale nutro profondissimo rispetto e gratitudine; soprattutto simili decisioni, poi, che riguardano me e la mia vita: la mia donna la sceglierò da me. Anche se a dire il vero, vossignoria, il vostro caso è del tutto speciale e devo confessare che vi vedrei bene al mio fianco, nonostante i vostri modi sfacciati che mal si addicono a una dama rispettabile, quale sicuramente voi siete; anzi, vi dirò di più, forse è proprio questo vostro carattere singolare e schietto che mi attrae in voi— Visto? non c’è nulla da fare: siete state assegnato a me e assegnato significa precisamente quello che significa. Non è certo tuo padre a decidere nulla, né io, né tantomeno tu. E’ il Consiglio della città a decidere e riguardo a tali questioni è la Sottocommissione alla Longevità e alla Riproduzione a stabilire gli accoppiamenti e a pianificare le date. E se volete proprio saperlo non provo nessunissima attrazione per voi, anzi vi trovo rozzo e insignificante, ma quello che va fatto va fatto: il bene della città viene prima di qualsiasi altra cosa e non ha assolutamente niente a che vedere con i desideri personali, le voglie di una nullità come voi o i capricci di una ragazzina come me!— Gran bel discorso, è forse quello che vi ha ripetuto vostra madre?— Già, proprio così. Ed è precisamente quello che ha fatto mia madre prima di me e la madre di mia madre prima di lei ed è così che ci si aspetta che io mi comporti…[Le cose stanno così: un tizio vive a Fontebranda, esce a fare colazione e si ritrova una cupola semi-invisibile sulla capoccia che sembra racchiudere l’intera area. Non la si può oltrepassare e due tizi in calzamaglia lo deportano in quella che lui ricorda essere la Sartoria Storica. Qui viene drogato e “rieducato”. Gli abitanti della bolla credono veramente di essere nel periodo di massimo splendore della città e tutto fila liscio, ciascuno al suo posto: hai una famiglia, un lavoro, ti viene assegnata una moglie di cui, come previsto, ti innamori… A poco a poco, raccogliendo piccoli indizi la ragazza potrebbe scoprire la verità, che è tutto una finta, una messinscena, un gigantesco laboratorio/prigione messo su non si sa a quale scopo… magari nutriva già qualche sospetto o l’aveva già scoperto o l’aveva sempre avuto questa sensazione, fatto sta che ne mette a parte il nuovo arrivato, il quale all’inizio non le crede, ma alla luce di contraddizioni, comportamenti dubbi, evidenze innegabili alla fine si convince e insieme alla ragazza progettano una fuga. La notte prescelta, però, lui la tradisce e la fa arrestare, decidendo consapevolmente di restare a vivere nella prigione di gomma.]
“L’abbadìa”
[Ambientazione/scenografia. Le fonti di Santa Caterina a Fontebranda: sono posizionate ai piedi della basilica di San Domenico (particolarmente incombente e minacciosa da questo punto di vista) e presentano una piccola porticina che sembra portare dritto dritto alla cripta di cui si parla in seguito.]
[L’entità.] Non sapeva com’era finito lì, non ricordava assolutamente nulla della sua vita da spora, probabilmente perché in quel primissimo stadio non si sarebbe potuto ancora parlare di una vera e propria coscienza, di un io perfettamente formato né tantomeno consapevole e probabilmente lo stesso concetto di un io, inteso come unità senziente, capace di ricordi, volizioni, desideri personali, unici, probabilmente non era del tutto applicabile alla sua specie.Aveva dei ricordi, ma di categorie diverse: alcune scene, immagini, sensazioni era assolutamente certo di averle vissute, assaporate, provate sulla sua pelle per così dire, apprese attraverso un’esperienza diretta di tipo fisico, oppure nate dal suo intimo, da una sorgente al suo interno; altri ricordi erano più vaghi, più astratti, ma paradossalmente più presenti, pressanti e venivano da lontano, da qualcosa o qualcuno o molti al di fuori di lui e condizionavano costantemente il suo pensiero, il suo flusso interiore, a volte come il sussurrio lento, continuo, costante, ininterrotto di un piccolo ruscello, altre come lo scrosciare imperioso di una cascata e lo obbligavano ad agire: riprodurti, devi riprodurti, sdoppiati, ancora e ancora, dividi e moltiplica te stesso, genera le tue spore, cresci, prospera, aumenta il tuo volume, allargati, mangia, nutriti, avidamente, espelli le spore, lasciale libere, falle viaggiare, e poi? poi uno stato di oppressione, compressione, svuotamento, svilimento, rocce, niente più linfa, secco, pietre e più nulla.
[Il ciclo di vita di un fungo o qualcosa di simile dal suo punto di vista: qui vagamente ironico per la scelta del punto di vista che lo antropomorfizza: potrebbe essere interessante una resa per immagini e suoni. In realtà sono presenti elementi inquietanti che vengono sviluppati di seguito.]
[La cripta.] L’umidità trasudava dalle pareti, la roccia viscida e porosa, il buio quasi totale, eppure era possibile avvertirne la presenza, incombente, diffusa, indistinta, l’intuizione di un movimento, come se le pareti e il soffitto si gonfiassero verso l’interno, per poi ritrarsi, fare una pausa, lunghissima, e ricominciare, in una peristalsi ansiosa, irregolare, -respiro trattenuto e battito assente-; una quantità di piccole gocce d’acqua si staccano dal soffitto, in caduta libera, per un tempo infinito, nessun atterraggio, nessun tonfo, assorbite dal pavimento, bevute -grassa lingua distesa- una due per volta, a brevissima distanza, ciascuna a intervalli regolari dalla successiva, sovrapponendosi nell’insieme, in un concerto sordo e inaudibile -preludio di follia-. Solo alle prime luci dell’alba un chiarore tenue e diffuso si insinuava nella cappella sotterranea dell’abbadìa e lo rendeva visibile: orrido, uno e molti allo stesso tempo, si era impadronito di ogni centimetro della stanza circolare, cresceva sulle pareti, spugnoso e compatto -edera e muschio- prosperava sulla volta del soffitto, appeso -colonia di pipistrelli e radici d’albero- occupava, bavoso, il pavimento sconnesso -pelo irsuto di cane e ammasso brulicante di vermi- circondava il limite del pozzo ostruendone completamente l’apertura -bubbone purulento e pancia rigonfia di zecca- raggiungeva i piedi del piccolo altare arrampicandosi fino alla sua sommità, adorante, bramoso, in attesa -nidiata famelica di pellicani dai bulbi oculari sporgenti-.
[Il vescovo.] Era tempo -l’alba quasi alle porte-. Il vescovo entrò, curvo, -sulla schiena piccoli bozzi fungosi malcelati dal pesante mantello- e depose il fagottino sulla superficie levigata di marmo bianco dell’altare, l’unico spazio che lui non aveva invaso.
[Il fagottino è un neonato da sacrificare sull’altare, il vescovo è terribile, forse è eterodiretto dalla spora che l’ha contaminato e lo sta divorando o forse le escrescenze che ha sul corpo e la sua deformità sono un segno del male di cui è imbevuto o che cerca di placare, chissà… i funghi sparsi su tutta la cappella, dal soffitto alle pareti sono qualcosa di vivo e di pulsante, in qualche modo un’unica entità, e aspettano bramosi il sangue della giovane vita. Escrescenze vegetali o i bubboni della peste? semplice vegetazione tipica di un luogo chiuso e ammuffito come una cripta o incarnazione del male? un fatto preciso del passato o adesso? In particolare mi interessava il male come necessità, come qualcosa di ottuso, che si sviluppa, si estende, cresce, si allarga, come un cancro, il contagio, la peste, una colonia di funghi putrescenti…L’incipit potrebbe essere una cosa del tipo: ci sta uno che torna a casa tutte le sere dopo il lavoro, stanco e sempre più depresso. Nebbia, strane ombre, sussurri e risa salgono le scale, il profilo di San Domenico sta per crollargli addosso, l’albero si muove, o forse no?… meglio correre via: qualcosa di terribile è avvenuto in quel luogo. Ma forse è meglio di no.Da notare che l’area di Fontebranda è una zona situata in basso, in prossimità delle mura e per molto tempo ha ospitato i macelli della città.]
“La sirena”
[Ambientazione/scenografia. Le fonti di Santa Caterina e la risalita del Costone.]
[Il canto.] Ancora quella voce, quella melodia, ma quali sono le parole? gli sembra di afferrarle mentre l’ascolta, rapito, soggiogato, con gli occhi sbarrati, il lenzuolo madido mentre trattiene il respiro a bocca aperta per non svegliare lei, ma poi svanisce e lui non le ricorda più. Non resiste, deve sapere, chi lo tormenta ormai da giorni o settimane o anni? non lo ricorda più, non dorme più, il corpo teso, la mente proiettata al momento in cui chiude gli occhi e aspetta… quella melodia, cantilenante, quella voce… è per lui che canta? chi è? è bellissima? deve vederla, deve parlarle: assolutamente, stanotte: alle fonti.
[-Pare che in Vallepiatta (di fronte a San Domenico, immediatamente sopra Fontebranda) vi fossero delle case di piacere e che il fantasma di Santa Caterina andasse a portare loro conforto passando per la risalita del Costone. Accadde che dei senesi che abitavano ai piedi di San Domenico apostrofassero Santa Caterina, avendola scambiata per una donna di facili costumi. La Santa maledisse quelle abitazioni e da allora pare che difficilmente un senese abiti a cuor leggero in quelle costruzioni.- Non so quanti rimaneggiamenti abbia avuto questo aneddoto e quanti lo conoscano, comunque mi è sembrato interessante, una buona base per una storia gotica. La descrizione sopra può essere un incipit. Da notare che le fonti venivano utilizzate per lavare i panni.]
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