
A cura di Alessandro Mlach e Mauro Tozzi
Questa esposizione è andata via via delineandosi a partire da alcune questioni fondamentali, inerenti l’immagine allo stato “cosiddetto” puro, che appaiono tanto più importanti in un’epoca caratterizzata da tecnologie avanzate e da una azione creativa in apparenza massificata..
Oggi, che il destino dei vecchi mezzi sintattici (come le pellicole, ad esempio), almeno sul piano commerciale appare segnato, tornare a “divertirsi” con l’immagine nella sua accezione più elementare non è forse così privo di significato.
La luce, passando attraverso un minuscolo foro in una scatola oscura più o meno grande e disegnando così una debole immagine, non è forse Artefice di un Archetipo ?
A ben guardare le macchine di ripresa fotografica stenopeica hanno ben poco a che fare con le fotocamere tradizionali. L’assenza di obiettivi, mirini, esposimetri ed i materiali stessi con cui sono costruite, dal legno al cartone, fino al riciclo di contenitori nati con diversa finalità, ci restituiscono una dimensione di totale libertà e un desiderio di improvvisazione creativa.
Non si tratta, a nostro avviso, di recuperare tecniche antiche o sostenere operazioni nostalgiche, bensì di allargare i territori dell’immaginazione attraverso il recupero del principio stesso della camera oscura.
Il metodo stenopeico attinge nel passato più remoto, quando le camere oscure venivano costruite per poter ammirare, con meraviglia, le eclissi solari o per riprodurre sommariamente silhouettes o prospettive paesaggistiche.
L’eredità artistica dei fotografi “pinholici” deriva ovviamente dalla storia della fotografia, ma in misura non marginale, anche dalla storia dell’arte e dalla ricerca scientifica del millennio passato.
La “lentezza” delle azioni e delle procedure, avvicina questo genere di fotografia ad una visione del mondo rallentata. Questi strani “oggetti senza lente” non colgono l’effimero e il fugace, ma cercano i sedimenti della storia.
Il potere taumastologico del mezzo espressivo, fa sì che il fotografo “pinholico” passi tra gli altri, nel mondo, senza che il mondo stesso se ne accorga, perché egli viaggia ad una velocità estremamente più lenta.
Anzi, a rigore, quando non usa accessori quali il cavalletto, lo scatto flessibile o l’ esposimetro, potrebbe passare del tutto inosservato. Infatti, una volta appoggiata la fotocamera “pinholica” in un qualunque punto, l’essenza mediatica, tipica delle macchine fotografiche, e l’assenza di qualunque rumore, la rende un oggetto assolutamente insignificante, privo di qualunque apparente interesse.
Ci teniamo, in chiusa, a ringraziare coloro che ci hanno aiutato in questa non facile impresa, dal momento che il contatto con i fotografi partecipanti è stato realizzato esclusivamente attraverso Internet.
Il nostro grazie va a Nancy Spencer, Eric Renner e a Peter Olpe, senza i quali forse non saremmo stati in grado di mettere assieme una così variegata e importante selezione di artisti e fotografi. E un grande ringraziamento va anche a Dominique Stroobant che ci ha sostenuto fornendoci preziose indicazioni.
Fotografi in mostra:
Paolo Aldi
Thomas Bachler
Dianne Bos
Alessandra Capodacqua
Luciano Celli
Teresa Cicero
Lucy Clink
Silvana Davanzo
Bethany De Forest
Jesseca Ferguson
Maurizio Gioco
Penny Harris
Toshihiro Hayashi
Volkmar Herre
Nilufar Izadi
Peggy Ann Jones
Jürgen Königs
Alessandro Mlach
Marja Pirila
Fabio Quadarella
Eric Renner
Ilio Scali
Julie Schachter
Nancy Spencer
Massimo Stefanutti
Henrieke I. Strecker
Dominique Stroobant
Mieko Tadokoro
Arturo Talavera
Lorenzo Tommasoni
Mauro Tozzi
Ilan Wolff
