
La fotografia stenopeica è un genere davvero contraddittorio, ma proprio in questo risiede, probabilmente, il suo grande merito estetico. Ma andiamo per gradi, cominciando, appunto, dalle ragioni della contraddizione. Le quali dipendono, in prima istanza, dalla natura della tecnica utilizzata. Com'è noto, l'apparecchio per la foto stenopeica deriva dalla "camera oscura", la cui intuizione teorica già risiede nell'invenzione della prospettiva. Se si rivedono le tesi prospettiche di Leon Battista Alberti, e poi le illustrazioni che ne fecero gli artisti nordici, come Albrecht Dürer e Hans Baldung Grien, si noterà già il progetto di una macchina che lascia passare attraverso un foro la luce condensata in un raggio. Nel Rinascimento si credeva che la priramide visiva luminosa "toccasse" gli oggetti, e che quindi fosse retro-spettica: il raggio che passava nella macchina restituiva pertanto all'inverso l'immagine "toccata", e la proiettava all'indietro. Mancava, in quella ipotesi, l'aspetto essenziale della pellicola emulsionabile, ma, se questa fosse già esistita, ebbene anhe la fotografia risalirebbe a quattro secoli innanzi rispetto alla sua scoperta. In altri termini, la fotografia stenopeica - dipendente da meccanismi artigianali che ripetono l'esperienza della "camera oscura" - porta in sé qualcosa di dichiaratamente antico e tradizionale.
Eppure, se osserviamo le immagini riprodotte nella mostra e in questo catalogo, in molti casi riceviamo invece una impressione avanguardistica. Anzi, sembra quasi di assistere alla produzione di opere che risalgono inevitabilmente a questo o a quel movimento d'arte contemporanea: surrealismo, informale, astrattismo, iperrealismo, pop e op art, e quant'altro si voglia. Dunque, l'antico e il contemporaneo si mecolano quasi inevitabilmente, con un forte effetto di contrasto e di paradosso. Certe fotografie, ad esempio, sono basate su un bianco e nero opaco, nel quale le forme sono a mala pena riconoscibili. Altre, invece, restituiscono figure e dimensioni in modo esageratamente "reale". Alcune trattano il colore come se fosse dipeinto e, non certamente, "naturale". Altre mostrano una raffigurazione distorta (convessa) della realtà, oppure schiacciano i piani prospettici. Altre ancora mutano le proporzioni dei corpi. E via dicendo in una lunga serie di effetti che rende la foto stenopeica molto più "artificiale" ed esteticamente costruita della foto tradizionale.
Il conflitto percettivo è dunque totale, e le conseguenti sensazioni estetiche sono più forti che in altre rappresentazioni fondate sulla presenza della realtà come condizione produttiva (se non si "mirano" gli oggeti non si dà fotografia). Il realismo ed il naturalismo, infatti, si basano sull'idea che la realtà - al limite - si stia riproducendo da sola. In questo caso è molto appariscente (e più di quanto non si verifichi davvero) la mano che ha dato luogo al risultato, e dunque anche la mente che ha voluto produrlo.
Un altro aspetto conflittuale dipende dalle macchine stesse, che non a caso ogni artista ha messo in mostra o pubblicato sul catalogo. Si tratta di strumenti totalmente artigianali, e in qualche caso costruiti con materiali occasionali, se non di fortuna. Se ne ricava un giudizio di "povertà", manualità, addirittura marginalità. Il prodotto di quelle macchine, invece è altamente sofisticato, quasi che il loro effetto spettacolare dovesse essere stato messo in atto con altrettanto sofisticate tecnologie speciali. Ricchezza e povertà, manualità e tecnica, approssimazione e precisione sono pertanto gli elementi che emergono in contrasto fra di loro nell'atto della fruizione. E ancora una volta alla fine il giudizio che lo spettatore dà di tutto questo concerne l'intenzionalità estetica, perfino nel caso che lo spettatore stesso non aderisca alla proposta dell'artista, e la valuti negativamente.
In questa prospettiva, si può affermare legittimamente che una poetica dei contrasti, dei paradossi e delle contraddizioni fa parte di una mentalità barocca: la quale rifiuta i canoni predefiniti, e si alimenta per l'appunto del conflitto, della sfida, dell'ardimento, del gioco condotto fino al limite delle sue regole costitutive.
Insomma, le nostre foto sono barocche per via della loro produzione/finitura, e barocche in ragione della loro innaturalità/naturalezza. La sorpresa che ne deriva è radicale, a testimoniare che in fine dei conti per i nostri artisti stenopeici quel che importa non è la "bellezza" dell'oggetto finale, ma la qualità dell'esperienza estetica.
Omar Calabrese, semiologo e docente allo IULM di Milano e alla Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Ateneo senese, è stato Assessore alla Cultura del Comune di Siena e Rettore del Santa Maria della Scala.
