
Alle Origini dell'Immagine
La Pinhole Photography ci porta a prima della fotografia. Ci porta alla Camera Obscura che, da una data imprecisata (ma forse molto presto, già nel '400) i pittori usarono per acquisire le immagini con la corretta prospettiva. Il principio è lo stesso: da un lato un diaframma piccolissimo, tale da rendere superfluo un apparato ottico; dall'altro l'elemento che raccoglierà quell'immagine. Per il pittore sarà la sua matita, che ripasserà sulla carta l'immagine da cui nascerà il quadro, o parte di esso (ad esempio, il paesaggio di un ritratto). Per il fotografo pinhole sarà un'emulsione fotografica, da cui nascerà l'oggetto che costituirà la comunicazione, la stampa fotografica.
Entrambi, il pittore e il fotografo, partono in epoche diverse dalla necessità di modificare la propria visione. il pittore sa che il proprio occhio e la propria tecnica non riusciranno a raccogliere tutta la complessità del reale: il nostro occhio è selettivo, lavora in collegamento con la nostra mente, vede di più ciò che vogliamo vedere (per cultura, per scelta estetica) e di meno ciò che non vogliamo vedere. Con l'aiuto della Camera Obscura, la pittura diventa più precisa, più ossessivamente indagatrice, fino a sfiorare l'iperrealismo di Bellotto. Il fotografo sa che il suo obiettivo riprenderà troppo: riporterà sulla pellicola o sul sensore il soggetto che ha scelto, ma anche una serie aggiuntiva di informazioni non sempre volute. In più, la fotografia, divenuta per evoluzione tecnica istantanea, è legata in maniera quasi indissolubile al momento dello scatto. E' legata a un tempo preciso, e quel tempo resterà attaccato all'immagine per sempre.
Entrambi, il pittore della Camera Obscura e il fotografo pinhole, ci riportano al momento cruciale che cambia tutto, quello dell'invenzione della fotografia. Da quel momento, i termini del vedere mutano radicalmente in ogni senso: tecnico, sociale, estetico. Il pittore abbandonerà la Camera Obscura e adotterà come base la fotografia: per poco, perché ben presto il suo terreno diventerà molto di più ciò che non può essere visto, attraverso la strada aperta dal primo romanticismo tedesco. La fotografia sarà condannata a rimanere aggrappata a ciò che può e deve essere visto. L'obiettivo raccoglie per un istante ciò che è apparso davanti all'obiettivo. Il tentativo di sfuggire a questo rapporto biunivoco percorre tutta la storia della fotografia, dal pittorialismo di fine Ottocento all'astrazione del bianco e nero indotta dal sistema zonale di Ansel Adams, dalla sperimentazione degli anni del surrealismo alla stage photography che oggi riempie tante gallerie di arte contemporanea.
Il fotografo pinhole prende una strada completamente diversa. Nega la definizione più stringente e onesta che sia stata data della fotografia: quella di Cartier-Bresson, secondo cui l'immagine fotografica è il prodotto del momento decisivo nel quale la mente, il cuore e l'occhio del fotografo si allineano sullo stesso asse. E' una definizione che ha un sapore un pò facile e demagogico, ma che in realtà va molto in fondo nella formulazione di quello che è il complesso percorso della grande fotografia, prodotto di cultura visiva (l'occhio), di conoscenza (la mente) e di partecipazione emotiva (il cuore). E' una definizione che in qualche modo ingabbia il fotografo, costringendolo a cercare ossessivamente nella realtà di fronte a sé i segni, le formulazioni, gli eventi che riusciranno a far scattare il momento decisivo: ad esaltare la condanna della fotografia, il rapporto biunivoco con la realtà.
Il ricercatore visivo cerca di uscire da questa gabbia, per una delle molte strade che sono offerte dalla cultura e dalla tecnica. Il fotografo pinhole fa parte di questa ricerca. L'obiettivo finale è quello di allargare i confini della nostra percezione visiva, e alla fine di ridare all'iconografia il suo ruolo storico, quello di interagire con il nostro animo, di metterci in contatto con il mondo delle idee e dello spirito. Rispetto agli altri ricercatori, il fotografo pinhole ha il vantaggio di cui abbiamo detto all'inizio: quello di essere vicino alla matrice originaria della fotografia, allo stato madre dal quale la fotografia è nata.
Questo dà all'autore della ricerca pinhole la forza di una struttura semplice - il foro a un'estremità, la carta sensibile all'altra - sulla quale è possibile inserire costruzioni di una grande complessità senza che diventino prevalenti sulla natura dell'immagine. L'altro suo punto di forza è costituito dalla natura dell'immagine, e dallo sforzo al quale costringe il fruitore. Noi siamo naturalmente portati ad applicare all'immagine ottica - cinema, fotografia, televisione - gli stessi codici di lettura che usiamo per decodificare la realtà. Questa coincidenza di codici è sempre stata fonte di grandi disastri, il principale dei quali la presunzione di verità (del tutto infondata) che l'immagine ottica si porta dietro. Il codice di lettura "naturale" è del tutto inusabile con le immagini stenopeiche. Quindi dobbiamo ricostruire i nostri codici di lettura, partendo da quello che dovrebbe essere l'elemento culturalmente corretto di fronte ad ogni fotografia, e al quale ricorriamo invece solo quando siamo costretti: quello di considerare ciò che abbiamo davanti come una raffigurazione bidimensionale, sulla quale riflettere, e dalla quale farsi coinvolgere emotivamente, e non un "doppio" di una realtà.
La lettura delle immagini stenopeiche è quindi più conscia, perché filtrata attraverso un percorso preventivo. Nello stesso tempo, gran parte delle immagini sembrano dialogare con delle sensazioni oniriche che sono insolite per la nostra percezione visiva. Molte di esse sembrano dialogare con gli archetipi che circolano da qualche parte nella nostra memoria collettiva, forse nascoste in qualche inconscio. Contribuisce a ciò la mancanza del tempo: l'elemento fondamentale di ogni fotografia, il rapporto con un istante, è qui diluito sino ad essere irriconoscibile. Non c'è istante decisivo, c'è una sorta di rappresentazione di flussi di coscienza che in qualche modo ci coinvolgono.
Malgrado tutto, una fotografia fuori dal tempo riceve forti influssi dal tempo. Per molto tempo la Pinhole Photography è stata essenzialmente due cose: attività didattica, sia nelle scuole elementari o medie, sia nelle scuole d'arte, tesa ad aiutare a riflettere sulla natura dell'immagine; e ricerca, essenzialmente eccentrica e solitaria. L'avvento di una cultura globale, e di una rete al suo servizio, ha fatto scoprire a moltissimi ricercatori di essere parte di una rete esile, dispersa, ma costituita da nuclei molto solidi e forti.
Internet e l'inglese-lingua franca per questi di comunità, numericamente piccoli e geograficamente molto lontani, rappresenta davvero un salto culturale di proporzioni immense.
In questo breve testo ci sono le premesse di un'ingiustizia. L'accento posto sulla base tecnica comune può lasciar pensare a un'attività nella quale il mezzo impone la maggior parte delle soluzioni, lasciando l'autore a lavorare in un campo molto ristretto. La verità è esattamente all'opposto. Pochi settori della ricerca visiva hanno una tale varietà di stili di ricerca, di percorsi, di soluzioni. Lo strumento è un semplice punto di partenza, sul quale ciascun autore costruisce un percorso personale. Al contrario, potremmo dire che pochissimi strumenti liberano tanto il ricercatore, e gli consentono di operare con tanta libertà. Ed è proprio l'attestazione di libertà il merito maggiore di questa straordinaria rassegna.
