MOSTRE\EVENTI  2010



Immagine
Titolo mostra

Senza Obiettivo. Rassegna Internazionale di Fotografia Stenopeica

Testo di Dominique Stroobant

(Mostra)

Santa Maria della Scala
Piazza del Duomo 2
31 Ottobre 2002
30 Novembre 2002
H. 17. 30

Un contributo allo studio dell'immagine per diffrazione

"Scrissi una volta: vedere è sentire con gli occhi. Credevo di avere espresso chissà cosa finché non ho scoperto che in Germania vi era una donna che sapeva identificare i colori con le mani". Così il pittore fiammingo Jef Verheyen in un saggio del 1965. Da altre fonti sappiamo che i non vedenti dalla nascita riescono a descrivere i paesaggi. Citando e stesso: "impariamo a considerare i nostri occhi come pori ipertrofici della nostra pelle". Osservazioni, queste, fatte da ricercatori dilettanti o da artisti e non di rado confermate dalla "scienza".

Un frammento di Filolao, seguace di Pitagora, è illuminante a questo proposito, quasi tentasse di descrivere il principio della scansione (non a caso Leibniz ne trasse spunto in una sua lettera a padre Grimaldi per spiegare il principio del calcolo binario): "gli elementi che consistono in quelli limitati (perainonta) limitato quelli che consistono in elementi limitati e illimitati (apeira)".
I parainonta, erano anche chiamati gnomon in quanto costituiscono elementi di diffrazione come una squadra, un foro o l'asta di un orologio solare (la cui invenzione viene attribuita ai Sumeri - lo skaphion di Beroso - come del resto la divisione del cerchio in 360 gradi). Gli gnomon separano la luce e l'ombra e redistribuiscono il percepito in punti o numeri entro uno spazio prestabilito. La tradizione attribuisce ai Pitagorici di avere per primi creato modelli didattici di facile comprensione. Cinque secoli più tardi Vitruvio mise a punto De Gnomonice, un manuale di volgarizzazione scientifica di successo senza uguali, visto che da due millenni viene citato e ripreso continuamente. Più vicino a noi troviamo infine Bedos de Celles. La definizone di gnomone: angolo, taglio o apertura ridotta, diretta verso uno schermo o una parete, un ostacolo o semplicemente una pietra di confine che taglia la luce e ci permette di organizzare lo spazio.
Ricostruire l'ottica e la scienza antica non è semplice e soprattutto non lo è ricostruirne la diffusione presso gli studiosi e i possibili utenti. Aristotele ci lasciò una descrizione inequivocabile dell'immagine tonda del sole proiettata attraverso un'apertura quadrata e quella rovesciata dell'eclisse. La descrizione grafica più antica che abbiamo a disposizione dell'immagine di un'eclisse dentro una camera oscura è quella pubblicata e stampata nel 1544 ad opera dell'astronomo fiammingo Gemma Frisius.

Abbiamo dunque di fronte un antichissimo concetto in cui filosofia e matematica si legano ma si tratta anche di un fenomeno fisico che ha ossessionato tanti ricercatori per millenni. Oggi gli storici (quelli attenti) non parlano più dell'invenzione della fotografia bensì della divulgazione da parte dell'astronomo Arago nel 1839 di un procedimento chimico, inventato da Nièpce, atto a fissare immagini naturali.

Non è corretto ridurre questo fenomeno al concetto geometrico del punto come viene definito in geometria, perché il punto non ha dimensioni.
"Il foro stenopeico, incorporando sia l'ottica geometrica che quella fisica, è un congegno piuttosto complesso, malgrado la sua apparente semplicità meccanica" (Pinhole optics on simulators in Journal of the SMPTE, vol. 65, Aprile 1965).
Ma l'apertura ristretta, come mi piace chiamarla e come vorrei venisse chiamata, non deve per forza essere circolare. Gli spigoli interni devono però essere taglienti per limitare la doppia diffrazione. Qualsiasi procedimento diffrattivo può essere usato secondo il tipo di immagine che si intende registrare o rendere leggibile. Fessure o buchi di foma varia, combinati o sistemati come una maglia, oppure zone Fresnel, sia negative che positive, o ancora lo specchio di una capocchia di uno spillo, l'anti-foro o macchiolina, addirittura il proprio corpo come il pugno stenopeico di Paolo Gioli o la bocca, il terzo occhio, di Thomas Bachler, la gamma di elemnti di diffrazione usati da ricercatori e artisti è soprendente e spesso trasgressiva per non dire dissacrante.
E lo stesso vale per la superficie ricevente che può essere piegata, tagliata o modellata come uno lo desidera. Le immagini piegate o "naturalmente" e genialmente ricomposte ma non "deformate" di Terrence Dinnan, Ilan Wolff, Jürgen Königs, Marnie Cardozo e Hans Knuchel per citarne solo alcuni, lo hanno dimostrato in modo lampante. Questo è ovviamente possibile grazie all'estesa profondità di campo del foro sia all'esterno che "dentro".

L'elemento di diffrazione come viene definito da K. A. Connors, foro sì ma non punto, è uno spazio che si misura. Da Al-hazen (1020) in poi sappiamo a che punto ottici, astronomi e pittori si davano da fare per "ottimizzare" quella ristretta apertura, in modo alquanto empirico. Fino all'Ottocento non esisteva altra ottica che quella geometrica. Nascono allora varie applicazioni: l'anamorfosi, la geometria descrittiva, calendari e almanacchi nautici abbstanza precisio, la proiezione di Mercator, le scoperte di Newton giustamente criticate da Goethe e via di seguito. Solo più tardi sulla scia delle teorie di Huygens e di padre Grimaldi (1650) sul carattere ondulatorio della luce, con Fraunhofer, Petzval e Raleigh verrà meglio definita la natura fisica della luce in relazione con lo spazio ristretto, foro o asta, che la strozza e la rivela. Connors lo definisce come un selettore d'onde. La famosa formula di Raleigh è tuttora valida e serve ancora come punto di partenza per calcolare applicazioni particolari.

Mi sembra strano, ma lo scrivo a posteriori, che le avanguardie storiche non abbiano contemplato il "buco" ossia l'immagine per diffrazione se non in modo del tutto metaforico. Penso ai Costruttivisti, il Bauhaus, Zero, i Minimalisti, Fluxus e altri ad eccezione beninsteso di Man Ray. E nello stesso tempo niente ci appare più fuori luogo, come fece giustamente osservare Eric Renner, delle pagine dedicate all'argomento da Ansel Adams nei suoi manuali. Dico a posteriori perché la storia, senza alterare i fatti, va meditata e riscritta di continuo, dialogando con chi ci ha preceduto. Non affermavano gli antichi che gli dei avevano inventato il tempo per ingannare gli uomini ? Come Renner negli anni '60 e tanti altri, ho iniziato a fotografare senza lente da autodidatta nel 1977 senza altra preparazione che alcuni rudimenti di gnomonica. Solo molto più tardi mi sono riconosciuto in ciò che Connors ha espresso nelle pagine della rivista Interest: più che uno studioso isolato e autonomo, mi scopro parte di un movimento popolare.

Renner andò oltre, fondo nel 1984 Pinhole Resource, un archivio e una biblioteca di ricerca senza scopo di lucro e dette alla luce anche il suo organo ufficiale, Pinhole Journal, l'unico periodico esclusivamente dedicato all'immagine per diffrazione. Nella prefazione di un suo recente saggio egli scrive: "Il fatto che il contributo dato dall'immagine per diffrazione alla storia della scienza e dell'arte non sia stato riconosciuto come merita, mi ha sempre dato fastidio. Ecco il perché di questo libro". Questo Rinascimento come viene definito da tanti in riferimento all'Età dell'oro della fotografia senza lente, quella contemporanea all'impressionismo e alla fotografia pittorica ci porterà a riscrivere la nostra "Storia della Percezione" in una chiave più ampia. Rodcenko ha dichiarato che "il nostro compito è sprimentare". Fu colui che per primo ha sfruttato appieno tutte le possibilità delle prime Leica. Ragione per la quale mi sono messo a concepire nell'88 una gamma di montature stenopeiche dedicate alla Leica a telemetro. Quello fu un segno dei tempi: infatti, già da tempo molti fotografi senza lente non solo pubblicavano immagini ma costruivano, oltre a quelle per il proprio uso, camere e congegni a diffrazione commerciabili. Le ingegnose camere da costruire in cartone con solo piegature del Prof. Peter Olpe di Basilea ne sono un esempio lampante; design svizzero, precisione e razionalità, costi ridotti e ottima resa con un manuale d'uso breve e chiaro.

Rodcenko o Cartier-Bresson non contestavano la tecnologia loro contemporanea, anzi si identificavano pienamente nel programma visivo che gli veniva proposto dal "fabbro" di turno, Oskar Barnack. Nel periodo precedente si usava spesso dibattere se le ottiche proposte mostrassero realmente quello che vediamo. La domanda se la sono posta un pò tutti. In modo pertinente lo hanno fatto in pochi. Tra questi, Maurice Merleau-Ponty in Le doute de Cézanne o Abraham Brosse il quale, due secoli dopo Alberti, precisa che scopo della prospettiva non è di rappresentare il mondo come lo vediamo o supponiamo vederlo bensì di farlo vedere alla nostra mente come prescritto dalle sue leggi. D'altronde sia Barnack che, per esempio, Jean-Guido Sigriste, al suo tempo un famoso pittore di cavalli oggi praticamente dimenticato, hanno concepito per primi i loro geniali apparecchi per uso proprio e non sono stati osteggiati da ricerche di mercato che definiscono cosa e come guardare, cosa si debba produrre e cosa si può comprare.

"Il foro negletto" (The neglected pinhole di J.H. Wadell in Research and Development Magazine, 1963) si è rivelato il sentiero di una libertà ritrovata, la stanza vuota dove si riparte da capo. Ci si costruisce quello che serve realmente per rendere visibile solo quello che si vuole vedere e che non si vede ancora. Esattamente l'opposto di quell'insuperato slogan della Rolleiflex: Fotografate esattamente quello che vedete sul vetro smerigliato. Ed è vero fino ad un certo punto, perché le biottiche presentano l'errore di parallasse e che, per altri motivi, Einstein non sarebbe d'accordo. Le reflex e i banchi ottici, poi, nascondono l'immagine durante lo scatto.

Chi pubblica o fa mostre di immagini senza lente raramente le espone isolate dal contesto che le ha fatte nascere. Chi realizza inmmagini con mezzi così elementari non cova segreti ma tanto orgoglio, come presentare madre e progenie. Gad Borel scrisse che la camera senza lente è femmina perché riceve e non si vede cosa riceve, mentre l'altra, la guardona, è maschia perché scatta e spara. Madre e figlio, ma anche davanti e dietro il sipario. Ma chi guarda i ritratti iperrealistici di Chuck Close non riesce a non identificarli come dei dipinti. Perché sono copie accuratamente dipinte di fotografie. Questo vale per un infinito numero di elaborazioni d'immagini che d'altronde sarebbe ingiusto qualificare come soli ibridi. L'immagine per diffrazione invece non è altro che l'esatta impronta della camera che l'ha fatta nascere e sembra irreale... E non è un ibrido.

Quando Eric Renner coniò L'immagine stenopeica e la sua camera come una sola cosa pose l'altra questione. Troppa gente è disinformata al punto che difficilmente si rende conto che le nostre immagini non sono manipolate se non esponi il metodo. Per quanto mi riguarda mi ci è voluto un certo tempo per realizzare pienamente che gran parte dell'ottica si muove tra due poli, la diffrazione e la rifrazione. Gran parte degli obiettivi utilizzati in fotografia usano l'occhio umano come modello. L'elemnto di diffrazione consiste nel diaframma non sempre appoggiato nel punto nodale. Esso possiede una funzione di correzione geometrica. Siccome la luce si manifesta anche sotto forma crepuscolare e certi raggi non passano attraverso il vetro, si usano altri metodi come specchi e vari sistemi e forme di aperture, e si passa nel campo dell'ottica fisica per vedere ciò che si nasconde dietro quello che crediamo vedere. Vale per la scienza quello che Paul Klee attribuiva all'arte: rendere visibile. Pierre de Francastel avrebbe potuto compilare un seguito al suo saggio Peinture et societé. Eccezione fatta dallo sforzo di compilazione e di divulgazione notevoli, compiuto dai soci di Pinhole Resource o l'ultima fatica di Jurgis Baltrusaitis dedicata all'anamorrosi, le assai numerose pubblicazioni trattano l'argomento soltanto in chiave scientifica e, quando non è il caso, per un pubblico ancora troppo ristretto. Come ha osservato, con molta pertinenza, Paolo Gioli, indubbiamente il più valido fotografo "senza lente" della penisola, l'immagine per diffrazione continua ad essere trattata, e non solo in Italia, dalla stampa cosiddetta specializzata con troppa superficialità.

L'uso di elementi diffrattivi nella fotografia inizia solo intorno al 1856 quando lo scienziato David Brewster conia il termine Pin-hole. Le emulsioni dell'epoca non erano molto sensibili e poco adatte per ottenere da un foro poco luminoso ciò che interessava allora maggiormente, ossia i ritratti. Opinione che comunque già allora venne contestata da fotografi e divulgatori autorevoli come Colson, Rouyer, Combe, Davison e infine Maskell che scrisse nel 1890 con molta pertinenza che la lotta senza tregua per guadagnare tempo ad ogni costo che caratterizza la nostra epoca non è degna di considerazione. Il paradosso è che sia proprio la lentezza del mezzo che ha portato tanti di noi a riscoprire il foro fino a preferire emulsioni lente come pellicole grafiche, carte B/N o Cibachrome anche per ritratti... Da Niépce in poi, non si è fatto altro che ridurre lo spazio e il tempo in frammenti sempre più minuti. Scrivendo ciò nel 1980 non mi rendevo ancora conto che centinaia di fotografi stavano vivendo un'esperienza simile. Le immahini "lente" di Nancy Spencer (il fruscio di un branco di tacchini ruspanti) e Martha Casanave (il movimento impercettibile di corpi che respirano e si avvicinano) o Robert Lang (la partenza cadenzata di una nave in un unico scatto "lungo" 975 gradi) ci rivelano questi fenomeni che lo scatto troppo breve ci nasconde. Dice Casanave che spesso durante le esposizioni prolungate esco e vado in un'altra stanza. Fa uno strano effetto sia su di me che su chi sta posando.
Ma poi non è che non si possono scattare istantanee con il foro stenopeico, si può sovraesporre e sottosviluppare, e viceversa. Lo spiegava J. Combe nel 1899 e D'Arcy Power nel 1905 dimostrava che uno scatto di 1/8 di secondo era possibile. Scrive che il solo modo di trattare con il teorico è ammazzarlo con i fatti. L'immagine allegata è la mia pallottola. Nel 1993 Thomas Bachler spara con una pistola su una scatola sigillata con dentro un'emulsione argentica. Lo sparo fece il foro e il foro l'immagine di chi ha sparato, distruggendo la parte più importante dell'immagine, il mio occhio.
L'uso oculato di pellicole ad alta semsibilità permette poi di eseguire scatti fino a 1/250 di secondo in circostanze favorevoli. Usato per simulatori di volo con televisori a circuito chiuso dalla NASA già nel 1965, il foro stenopeico viene poi applicato in fotogrammetria (Dietrich Ebenfeld, 1977), procedimento che verrà in seguito perfezionato collegando la camera ad un plotter. Ricordiamo che un foro ben calibrato permette una risoluzione fino a 18 linee al mm oltre ad essere privo di ogni distorsione (scrivo "fino a" perché l'ho misurato solu su focali corte). Con la rivoluzione digitale degli ultimi anni sono state sviluppate micro camere digitali a foro stenopeico, non più grosse di un pollice che permettono ottime istantanee in luce ambiente e che da qualche anno vengono accoppiate alle ultime generazioni di cellulari. Queste microcamere, troppo piccole per poter alloggiare una lente, non sono altro che la copia sfacciata dell'occhio d'un nautilo o d'un astice. Ultimo paradosso, in biologia come in meccanica più l'organo è piccolo fino ad arrivare alla dimensione limite della sua struttura molecolare, più è semplice e più vivace. La stessa cosa vale per la luminosità d'un foro secondo Raleigh: più si accorcia la distanza focale in termini assoluti, più è luminoso (veloce).
Filosofi, ricercatori, scienziati, artisti e dilettanti come il sottoscritto, erano felici di esporre e pubblicare le loro esperienze. Ma non tutti, e tra questi il sommo Jan Vermeer. Oggi sappiamo che anch'egli usò mezzi di diffrazione per elaborare le immagini che ci ha lasciato

Queste considerazioni hanno un solo scopo: "ri-leggere" la storia e l'insegnamento dell'ottica nonché come sono costruite le immagini nella loro mente e nelle nostre storie. Amo la parola immagine. Nel medioevo francese gli scultori erano chiamati imaigiers. E' il mio primo mestiere. I trucchi di questo mestiere li rivelo ai pochi degni. Il fotografo senza lente "come altri miei colleghi" si diverte a raccontare come ha fatto.



 

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